La parola della settimana

Simbolo
di Roberto Mostarda

Inevitabile, dopo la tragica vicenda che ha colpito la cattedrale di Notre Dame a Parigi, riflettere sul valore di opere secolari, eredità del passato, elementi che descrivono, rappresentano il nostro retaggio umano e culturale e la cui distruzione impoverisce tutti. La loro perdita è un valore spesso anche economico, ma soprattutto è la sensazione della provvisorietà di testimonianze che possono venire a mancare creando un vuoto incolmabile.

Uno scempio che l’uomo cerca poi di limitare cercando di ricostruire tenendo fede all’originale, nella consapevolezza, tuttavia che mai più nulla sarà come prima e sapendo che la volontà di preservare il ricordo nel modo più appropriato possibile non ci restituirà mai l’atmosfera unica che quel bene distrutto aveva da secoli se non da millenni. Pensiamo alla distruzione assassina dei buddha di Bamyan o ad altre insensate devastazioni di monumenti come accade in guerre e scontri fratricidi contro luoghi di culto di ogni credenza religiosa, quasi a cancellare la diversità del credere dell’altro.

Parliamo di simboli, dunque. E  simbolo è la parola di questa settimana. Con essa si indica qualsiasi cosa (segno, gesto, oggetto, animale, persona), la cui percezione susciti un’idea diversa dal suo immediato aspetto sensibile. L’originaria funzione pratica, prevalente ma non esclusiva, è sostituita dalla funzione rappresentativa e si identifica con segno. Il vocabolo ha origini antichissime che affondano nelle radici culturali classiche. Il latino symbŏlus e symbŏlum, viene dal greco  σύμβολον che indica espressamente l’«accostamento», il «segno di riconoscimento». Il verbo originario ellenico συμβάλλω (sumballo) vuol dire in sostanza «mettere insieme, far coincidere».

Nell’uso degli antichi Greci, con esso si indicava il mezzo di riconoscimento, di controllo e simili, costituito da ognuna delle due parti ottenute spezzando irregolarmente in due un oggetto (per es., un pezzo di legno), che i discendenti di famiglie diverse conservavano come segno di reciproca amicizia.  Ancora con simbolo si descrive qualsiasi elemento (segno, gesto, oggetto, animale, persona) atto a suscitare nella mente un’idea diversa da quella offerta dal suo immediato aspetto sensibile, ma capace di evocarla attraverso qualcuno degli aspetti che caratterizzano l’elemento stesso, il quale viene pertanto assunto a evocare in particolare entità astratte, di difficile espressione, si pensi al focolare per la famiglia, alla palma quale simbolo del martirio; la volpe dell’astuzia, il leone della forza, il cane della fedeltà, la colomba della pace. Ricordiamo come per Dante Ulisse fosse il simbolo dell’ansia di conoscenza dell’uomo. Esistono anche città simboliche, o anche stati, movimenti, partiti e così via. Come ad esempio il giglio per Firenze, la croce per il cristianesimo, il panda della conservazione del pianeta.

Naturalmente come ogni parola dall’amplissimo significato, quella scelta si trova anche nella scienza. In quella giuridica  è ognuna di quelle formalità rituali che, spec. nelle civiltà più primitive, servono a costituire la celebrazione dei negozi giuridici. Analogamente e con riferimento a fenomeni religiosi e culturali, ogni funzione rituale la cui realtà è sentita dai fedeli come simbolica dell’arcano essere divino. 

Oppure nella psicoanalisi dove è la rappresentazione figurata di un contenuto (desiderio, conflitto, ecc.) inconscio e latente. Nella semiologia (ovvero la scienza dei segni), secondo la terminologia di Ch. S. Peirce (1839-1914), è segno il cui significante è in rapporto puramente convenzionale con la cosa significata, alla quale si collega in virtù di una regola costante, e in genere nota e accettata dai più (per es., la bilancia come simbolo della giustizia), e a differenza delle icone che hanno rapporto di somiglianza con la realtà esterna, e degli indici che sono con questa in rapporto reale o di «contiguità». 

E’ evidente che il segno grafico, la lettera o il gruppo di lettere, assunti per convenzione in varie discipline a indicare determinati elementi, enti, grandezze, strumenti, operazioni e simili, siano simboli importanti: uno per tutti il “π” detto pi greco che  è il simbolo matematico che indica il rapporto fra la lunghezza di una circonferenza e la lunghezza del diametro. In particolare abbiamo poi quelli della cartografia, ossia ciascuno dei segni convenzionali usati per rappresentare su una carta topografica, geografica, ecc., gli elementi naturali (monti, laghi, fiumi) o antropici (case, ponti, città). In chimica, notazione di un elemento chimico formata di solito dalla prima lettera, eventualmente seguita da un’altra, del suo nome latino o latinizzato (pensiamo a “Cu”, simbolo del rame, detto in latino cuprum).  Ancora per avvicinarsi ai nostri tempi, in informatica, il carattere o insieme di caratteri che rappresenta per convenzione una quantità, un dato, un’istruzione, un’operazione o un processo.  In musica, ciascuno dei segni convenzionali (per es., chiavi, pause) indicanti toni, valori, interruzioni di suoni, ripetizioni e via dicendo. Nelle religioni misteriche, la formula che, come motto, serviva di riconoscimento tra gli iniziati. Nella religione cristiana, il compendio delle fondamentali verità di fede che il candidato al battesimo (o, in sua vece, il padrino o la madrina) deve recitare come segno e manifestazione della propria fede e che deve sempre osservare come norma universale di vita.

Insomma, tutta la nostra vita sociale, di relazione, di studio e analisi del senso della vita e del nostro cammino, la conoscenza del mondo che ci ospita e ci sostiene ha a che fare con i simboli che sin dalle epoche preistoriche accompagnano l’evoluzione positiva dell’umanità o ne segnano i momenti cruciali, tragici, in ogni caso significativi.

Ecco allora che veder  scomparire tra le fiamme uno di questi simboli sapendo che il suo recupero non restituirà mai il valore originale, deve farci riflettere sui valori che spesso sono sottesi a questi riferimenti che definiamo simbolici e adoperarci sempre e in ogni angolo del mondo a che nessuno volutamente o casualmente ne provochi il danneggiamento o la completa distruzione. E’ la civiltà dell’uomo che perde un pezzo ogni volta e che si priva del senso che quel simbolo. Essi i simboli sono qualcosa che ci racchiude il senso, che ci ricorda, vanno preservati ma certamente mai usati come qualcosa di distintivo che porta alla prevaricazione, al sopruso dell’uomo sull’uomo. Un esempio per tutti la svastica nazista, simbolo dell’orrore e della follia lucida, dell’abisso della mente umana. E che nella cultura azteca (con il segno rivolto al contrario) indicava il carro del Sole, ossia la fonte dalla vita sulla Terra. Esempio evidente di come tradire il simbolo possa aprire le porte alla barbarie.

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