La parola della settimana

Manicheo
di Roberto Mostarda

Il vocabolo scelto questa settimana è sia un aggettivo sia un sostantivo. In entrambi i casi tuttavia indica lo stesso concetto e lo stesso scenario di riferimento. Dunque, manichèo. Dal tardo latino si rifà al nome del fondatore della dottrina che porta il suo nome ossia il manicheismo, fondata da tale Mani (216-277 d. C.) o, come fu chiamato in Occidente, Manicheo (probabilmente derivato da Mānī ḥayyā ). Mani il vivente, termine siriaco. Nella sua valenza di aggettivo si riferisce alla dottrina suddetta e a quella diffusa dai seguaci. Come sostantivo indica sia il seguace del manicheismo che l’essenza del concetto.

In buona sostanza e per estensione si fa riferimento a una persona che nel valutare atteggiamenti, opinioni, situazioni altrui ritiene di poter formulare sempre giudizi senza appello secondo un’opposizione radicale di vero e falso, bene e male, senza offrire alternative né ammettere sfumature, e ritenendo di essere per questo dalla parte del giusto e del vero. Ancora si descrive un tipo di scrittura corsiva usata in testi medievali persiani, sogdiani e turchi, di contenuto manicheo, rinvenuti tra le rovine della cittadina di Tūrfān, nel Turkestan cinese, all’inizio del ventesimo secolo.

Restiamo al significato più immediato, più comprensibile, ossia quello di tendenza a contrapporre in modo rigido e dogmatico principî, atteggiamenti o posizioni ritenuti inconciliabili, come fossero opposte espressioni di bene e male, di vero e falso.

Basta una veloce e sommaria analisi della nostra quotidianità per pensare che l’italiano sia divenuto un popolo di manichei. Del resto si può ben dire che ogni italiano si ritenga miglior allenatore di calcio, miglior politico, miglior economista e via dicendo con la piccola postilla che tutto questo sapere ci costringe nelle condizioni in cui ci troviamo.

Ma è nel dibattito politico  che si va sviluppando in queste settimane di primavera, che annunciano le elezioni europee che si coglie con estrema chiarezza una vena certamente manichea che confligge costantemente con la necessità di sintesi, di dialogo, di confronto come usa dire costruttivo che occorrerebbe al paese per poter realmente riavviare il proprio cammino di crescita e sviluppo.

Ogni giorno che passa porta con sé una bagaglio più o meno abbondante di prese di posizione, di altolà, di richiami, di battute, di critiche. Se a un primo sguardo potrebbe dirsi che siamo un paese di persone vivaci che si confrontano anche duramente ma puntando ad una soluzione, in realtà una riflessione più serrata mostra come tutto questo dibattere, anche a distanza, sia in realtà una manifestazione di profonda divisione frutto appunto del ritenersi più a torto che a ragione dalla parte del giusto, del vero. In poche parole un vero e proprio duello di manicheismi che più sono altisonanti e più mostrano un sostanziale baratro sotto di loro.

Ognuno porta l’acqua al suo mulino cercando di sottrarla all’altro, ognuno ribadisce la propria verità, la propria ricetta ma senza minimamente porsi il problema di valutarle al confronto con quelle degli altri. Una chiusura logica e mentale che denuncia due cose: la presunzione da un lato, la debolezza dall’altro. Quanto alla prima è ad occhio il tratto distintivo della politica in genere che assume nei tempi che viviamo i toni e le espressioni di un’epoca priva di riferimenti ideali, di elementi fondanti. Perduto ogni rapporto e aggancio con i grandi sistemi preconizzati nel novecento, oggi si vive alla giornata e si ritiene in modo manicheo che la propria visione sia l’unica ad avere cittadinanza. Quando si incontra qualcuno simile ecco che si determina un batti e ribatti, un alterco virtuale e reale senza però alcun ancoraggio con le idee costruttive, fatte di visione, di strategia e di lungimiranza.

Colpisce poi, ancor più, che sembra trasparire l’assoluta carenza, voluta, di ogni disegno comprensibile. Ecco allora che i duelli sembrano fatti come una commedia dell’arte, quella per le strade. Quella che si riempie di luoghi comuni, di frasi fatte, di anatemi e di dimenticanze anche colpevoli, purché più rumorosi, più dirompenti e in modo diretto e proporzionale all’opposto di quanto servirebbe.

L’inconciliabilità di fondo che si richiama è palmare tra le espressioni politiche, palpabile in quelle sociali e diviene esponenziale tra i suoi artefici e comprimari. In questo baillame del tutti contro tutti, fatto di vociare superficiale anche quando i temi emergenti richiederebbero equilibro, prudenza e rimetterci senza speranza è il buon senso, il senso comune, quella innata saggezza che sempre alberga nelle comunità umane ma che fatica ad essere spiegata perché è assai più facile ed immediato l’attacco tout court, quello senza replica soprattutto, il dileggio, la caricatura dell’altro, dell’avversario, del competitor e che si distacca sempre più dalle sue stesse origini più o meno nobili.

Quel che deriva da tutto questo è un vero e proprio deserto concettuale, ma un deserto abitatissimo, rumoroso, inconcludente dove tutto si dissolve come la sabbia al vento senza lasciare una vera traccia e meno che mai un significato. Insomma l’epopea del marchese del grillo! O forse del grullo. Chissà!

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