La parola della settimana

Attendismo
di Roberto Mostarda

Il termine al quale facciamo riferimento questa settimana si attaglia perfettamente alla sensazione tattile che il Paese sta vivendo da diversi mesi. E che l’approssimarsi delle elezioni europee sta facendo emergere in tutto il suo valore, per così dire.

La prima impressione viene dal suffisso ismo che denota sempre una connotazione negativa del termine e rimanda a valutazioni critiche sull’essenza del comportamento ad esso sotteso. Ci riferiamo come è evidente ad attendismo sostantivo di derivazione francese (attentisme). Con questa parola si indica l’atteggiamento, proprio degli attendisti, ossia del porsi in opportunistica attesa nella vita quotidiana, nelle prospettive dell’esistenza , in politica e via dicendo. Una sorta di lasciarsi andare senza interferire troppo o per nulla sulle cose e sugli avvenimenti. Famoso ma per ragioni strategiche ben diverse, il vocabolo temporeggiamento ossia il comportamento di attesa consapevole e correlato con qualche altra cosa che deve avvenire, deve verificarsi e alla quale ci si rapporta. Pensiamo al più famoso temporeggiatore della romanità , il generale Quinto Fabio Massimo sulle cui azioni peraltro si rincorrono diverse ricostruzioni, come sempre potremmo dire nelle cose della storia.

Esiste anche l’attendismo tout court, ossia l’attendere per definizione, senza altri connotati, ma questo ci porta più verso l’inerzia o l’inanità colpevole o meno e che appesantiscono il fardello negativo dell’”ismo” iniziale.

Abbiamo sottolineato come questo habitus comportamentale sembri perfettamente attagliarsi all’attuale condizione politica nazionale. Se per le opposizioni l’attendere qualcosa significa la possibilità di tornare ad esercitare un ruolo nel contesto politico del paese, per i contraenti del governo, è invece una mirabolante, ma non inattesa, condizione ben accetta.

Dopo la stagione del nuovo che avanza, dopo le altisonanti promesse di un paese cambiato in pochi atti, delle magnifiche sorti e progressive (come la stolida decrescita felice di qualche anno fa) ora, davanti alle difficoltà oggettive, globali, non attribuibili alla solita Europa o a qualche altro capro espiatorio, il duo che ci governa ha fatto propria l’antica arte dell’attesa. Un’attesa che è in buona compagnia, con un paese fermo, un’economia ferma, una vita politica inerte fatta di guitti. Qualche migliore soluzione allora, non potendo portare a casa risultati evidenti allo schioccare delle mani che attendere. In questo caso le elezioni europee dalle quali dovrebbe emergere quella “nuova” Europa sovranista vagheggiata da personaggi come Orban o Steve Bannon (il virus inoculato nel vecchio continente dalla politica di Trump) .

Cosa accadrà non è dato sapere ma difficilmente nel nuovo emiciclo si materializzerà una nuova maggioranza. Piuttosto assisteremo ad una nuova fase di stallo e al rischio che il continente unito si dematerializzi per virtù propria non sapendo cioè che pesci pigliare! Lo sfacelo della Brexit mostra quale scenario potrebbe aprirsi per tutti con una exit irrazionale, disordinata e soprattutto falsata da egoismi tanto propagandati quanto inconsistenti: da soli non si va da nessuna parte soprattutto dinanzi ad attori globali come Usa e Cina.

E dunque foraggiare l’entente tra i due colossi pur guerreggiato con gli Stati Uniti che distruggono l’Unione Europea e ne conglobano i paesi per fronteggiare Russia e Cina, e quest’ultima che si appropria di Africa e Sud est asiatico, mentre Mosca si ritaglia il ruolo di terzo incomodo con mezza Europa e mondo islamico, non è mai stato un buon affare e tanto meno lo è oggi per le potenze economiche in atto.

Tornando alla nostra visuale nazionale, l’attesa ha due significati. Per la Lega è la controprova dell’ascesa elettorale nazionale (attenzione alla sindrome renziana del 40 per cento poi scioltasi nelle elezioni nazionali) e al possibile riequilibrio di forze nella coalizione; per i cinquestelle e in modo speculare, capire se apparentarsi con qualche movimento europeo (lo smacco con i gilet gialli francesi dovrebbe consigliare prudenza) o continuare il cammino solitario- Questa seconda ipotesi peraltro trova un ostacolo nella forte crisi di immagine e di rappresentanza politica che il movimento non partito sta subendo nel paese, dovuto all’evidente non capacità di fronteggiare i problemi reali e nell’impossibilità di tradurre le immaginazioni oniriche della propaganda e le suggestioni del contratto in dati reali e in tempi brevi.

Attendere dunque per entrambi ha valore strutturale. Di qui la scelta di traccheggiare, di sparare alto e polemizzare poco, di criticarsi aspramente e tornare d’amore d’accordo poco dopo promettendo un lungo governo. Un po’ per celia e un po’ per non morir, come recitava l’antico adagio. E, poi, soprattutto, attendere è meno dannoso che agire.

Che il paese in questa imbarazzante attesa, in questo attendismo con altri fini, possa peggiorare in termini economici, finanziari, produttivi e perdere punti e posizioni a livello globale, sembra questione succedanea rispetto alla sopravvivenza dell’alleanza di governo. Il rischio è di scambiare “lucciole per lanterne”. Oltre al pericolo immanente che le lanterne potrebbero essere quelle “rosse” famose nel cinema e che ci rimandano inesorabilmente a pensare a Pechino!

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