La parola della settimana

Patto
di Roberto Mostarda

Nei giorni scorsi, con la consueta apparente pacatezza, il ministro dell’economia Tria ha sottolineato la necessità di fronte a questioni come la Tav che riguardano rapporti internazionali, che sarebbe stolto e controproducente non applicare l’antica saggezza, peraltro codificata, che stabilisce che non si mettono in crisi intese, contratti sulla base di contingenze del momento e soprattutto a livello internazionale questo tipo di comportamento rischia di provocare un danno esponenziale al paese mettendone in crisi la capacità di tener fede agli impegni assunti peraltro liberamente e codificati tra le parti.

Un vulnus che si delinea pesantissimo nel momento in cui l’economia internazionale dovesse considerare l’Italia una nazione inattendibile. Un pericolo immanente nella concezione che del governo e delle leggi hanno i rappresentanti grillini in tutti gli scenari nei quali operano, il cui intento è quello di contestare e mettere in crisi ogni cosa contando sul fatto che nel caos conseguente la protesta monti e li gratifichi.

Giova allora, proprio in relazione alla posizione assunta da Tria, e subito contestata dal ministro Toninelli secondo il quale questioni come la Tav sono nel contratto gialloverde, ricordare alcuni punti fermi che sono in buona sostanza architrave della nostra convivenza civile.

Nelle disposizioni sulla legge in generale, il cosiddetto prologo al Codice Civile, si osserva all’art. 11 sull’efficacia della legge nel tempo: “La legge non dispone che per l'avvenire: essa non ha effetto retroattivo”. Una manciata di parole che tuttavia fanno parte integrante del corpus iuris che governa il nostro sistema e che non dovrebbero mai essere dimenticate. Cosa significa in sostanza questa norma: che le decisioni, le disposizioni di un esecutivo non debbono interferire con il passato purché non contra legem e che leggi e altre fonti codificate devono essere applicate per quel che statuiscono. Nuove norme avranno efficacia dal momento in cui entrano in vigore in poi e non effetto su quanto già normato.

Ecco allora che le affermazioni del ministro dell’economia appaiono più chiare e quelle del responsabile delle infrastrutture non confacenti. Per la semplice ragione che le norme codificate in leggi non possono essere modificate da prescrizioni di un contratto privato come quello sul quale è nato il governo del cambiamento. Quindi accordi, contratti internazionali, ma anche nazionali, in vigore non possono essere sottoposti al vaglio di una statuizione tra parti politiche e per interessi contingenti a confronto con il valore dell’attendibilità di uno stato nel consesso globale. Discorso che vale per la Tav ma anche per decine, centinaia di altri casi.

Ad adiuvandum va ricordata anche la massima latina “pacta servanda sunt”, i patti devono essere rispettati. Attribuita ad Ulpiano, insegna - ci dice il dizionario - come non ci si può liberare unilateralmente dagli obblighi assunti per contratto. Attualmente, il brocardo si applica in particolare nel diritto internazionale, per indicare l'obbligatorietà dei trattati. Nel diritto romano, l'editto emanato dai pretori conteneva la specifica clausola "pacta conventa servato".

Ma che cosa è un patto, la parola di questa settimana? Deriva dal latino pactum, a sua volta discendente dl verbo pacisci «patteggiare» (che, in inciso, ha la stessa radice di pax pacis ossia di  «pace»). In genere, con questo termine si intende una convenzione, accordo fra due persone o fra due parti: che possono essere singoli, famiglie, comunità, parti sociali, nazioni, stati. In particolare, nella concezione filosofico-politica del contrattualismo, il vocabolo indica la stessa cosa del contratto sociale, cioè l’accordo che sarebbe intervenuto fra gli uomini di abbandonare lo stato di natura e fondare una società civile.

Altri significati nel linguaggio giornalistico e sindacale, come accordo fra datori di lavoro e sindacati inteso a raggiungere una tregua nell’ambito di trattative sindacali. Ma è anche corretto ricordare il linguaggio biblico dove patto, indica, per eccellenza (alternandosi con il sinonimo alleanza), il patto stretto da Dio con Abramo, Isacco e Giacobbe, e da ultimo, attraverso Mosè, con tutto il popolo d’Israele, per cui gli Israeliti si obbligarono alla piena obbedienza alla volontà divina espressa e solennemente dichiarata nelle tavole della legge mosaica e a sua volta Dio si impegnò a prestare al suo popolo la propria piena difesa, la salvezza e la vittoria sui nemici, la conquista della Terra promessa; ad esso succede, con l’avvento del Cristianesimo, il nuovo p., che instaura una nuova alleanza tra Dio e tutti gli uomini, in forza del sacrificio del figlio di Dio fatto uomo.

Rimanendo, per così dire, con i piedi per terra, non possiamo che ritenere che un patto, un accordo vadano rispettati per definizione costituendo l’architrave stessa sulla quale si regge la convivenza civile. L’evoluzione e la trasformazione dei rapporti sottesi a questi atti vanno certamente tenuti in considerazione ma mantenendo chiaro il concetto che a garanzia di tutti occorre dare continuità giuridica e normativa ai rapporti tra uomini, cittadini, corpi sociali, stati. E stupisce che questa semplice considerazione sfugga a quanti si ingegnano a ritenere la piattaforma Rousseau come fonte di diritto, dimenticando la grande lezione di chi codificò a livello intellettuale e antropologico il “contratto sociale” ossia quel passaggio dall’”homo homini lupus” alla convivenza basata su regole che tutti si impegnano a rispettare per la garanzia di tutti!

 

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