La parola della settimana

Diplomazia
di Roberto Mostarda

Se ne è parlato molto in queste settimane nelle quali è esploso lo scontro con la Francia e l’Italia ha fatto il pesce in barile sulla crisi venezuelana. E se ne è parlato con l’ovvia constatazione che neppure a livello internazionale - come sarebbe auspicabile - l’esecutivo gialloverde mostra particolare dimestichezza, anzi agisce esattamente al contrario! E, altra constatazione pericolosa, così come il premier appare e scompare pur avendone rivendicato la competenza così il ministro degli esteri – avvezzo da decenni a questo ambito di rapporti con gli altri stati – si trova a mettere pezze e rammendi a livello globale. La gestione poi dei rapporti internazionali sembra il balocco – rischioso per le conseguenze nazionali – dei vice premier tuttofare, azionisti di maggioranza del governo. E in particolare del vice grillino insidiato in questo terreno dal viaggiatore Di Battista.

Parliamo di diplomazìa (dal fr. diplomatie, derivato di diplôme «diploma»). Con essa si identifica l’arte di trattare, per conto dello stato, affari di politica internazionale. Più concretamente, si legge nel dizionario, è l’insieme dei procedimenti attraverso i quali uno stato mantiene le normali relazioni con altri soggetti di diritto internazionale (stati esteri e altri enti aventi personalità internazionale), al fine di attenuare e risolvere eventuali contrasti di interessi e di favorire la reciproca collaborazione per il soddisfacimento di comuni bisogni.

Altra distinzione importante quella talvolta in uso fra diplomazia segreta, quella tradizionale, e diplomazia aperta (in inglese open diplomacy) che, propugnata soprattutto dagli Stati Uniti d’America a partire dagli anni della prima guerra mondiale, è caratterizzata dalla tendenza a informare, entro certi limiti, la pubblica opinione di trattative e orientamenti di politica estera. 

Allo stesso tempo il termine indica anche il complesso degli organi (agenti diplomatici o ambasciatori permanenti e speciali, capo dello stato, ministro degli Affari Esteri) per mezzo dei quali uno stato mantiene i rapporti internazionali con gli altri stati. 

Ancora  si parla di carriera degli agenti diplomatici, ossia entrare in diplomazia ed in senso figurato si dice diplomatico chi mostra tatto, finezza, abilità nella trattazione di affari delicati e che richiedono prudenza, o anche nelle relazioni tra persona e persona: così si dice usare diplomazia, agire con diplomazia , parlare e procedere con diplomazia.

Una premessa doverosa e necessaria per arrivare ad un’ovvia conclusione: il comportamento che i vice premier mostrano nei confronti di altri paesi, alleati, amici o neutrali, non ha nulla a che vedere con l’arte diplomatica e si manifesta con atteggiamenti muscolari, come quelli messi in atto giorno dopo giorno dal leader leghista in costante braccio di ferro con qualcuno, oppure con quelli provocatori e fuori di ogni logica e sensatezza dell’esponente di governo grillino.

Si dirà, è evidente che essi hanno qualche scopo recondito nell’agire così. Certo, anche ammettendo però che esista con chiarezza, resta il fatto che l’azione diplomatica è quella che da decenni ha mantenuto la pace in Europa, se si esclude la crisi jugoslava frutto avvelenato della dissoluzione dell’impero sovietico e di ambiguità di alcuni paesi, compreso purtroppo il nostro!

Di più, scimmiottare consapevolmente o meno atteggiamenti di un’Italietta con voglie imperiali di quasi un secolo fa con il corollario di due guerre mondiali, non appare né saggio né lungimirante. Il nostro paese è inserito in un sistema europeo ma anche mondiale di rapporti consolidati, di trattati e intese liberamente assunti. Pensare di modificare in senso per così dire “sudamericano” (absit iniuria verbis, di fronte alla crisi in Venezuela) la nostra posizione e collocazione oltre che velleitario è pericoloso e insensato.

E che dire di un vice premier che compie sortite oltralpe per parlare con esponenti dell’opposizione sociale al governo francese tessendo rapporti con esponenti di movimenti e gruppi di protesta, affermando candidamente di essere andato lì come leader politico in compagnia di un amico per così dire, quel Di Battista che conciona di politica internazionale come di tecniche calcistiche e visibilmente non esperto di alcunché? Si può solo inorridire per la mancanza di senso delle proporzioni e per mancanza di rispetto del ruolo che si esercita a nome del popolo italiano e non di quello grillino peraltro ormai in crisi di identità.

Intanto, senza diplomazia coerente e con uscite estemporanee e non meditate alla luce di rapporti in essere tra paesi, si mette in grave rischio il ruolo internazionale del paese e si inviano a destra e a manca, messaggi contraddittori che segnalano sia le divergenze tra i due amici-nemici al governo sia l’assenza di una visione del ruolo che il paese deve avere nel consesso degli altri. E ancor di più l’ottica di basso livello (spesso elettoralistico) con il quale ci si muove, incuranti del ridicolo e dei danni che senza dubbio alcuno ricadranno su tutti gli italiani e negli anni a venire!

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