La parola della settimana

Sfida
di Roberto Mostarda

Il tempo che stiamo vivendo, soprattutto nel mondo occidentale  (nostro angolo visuale, su altri possiamo dire di avere meno competenze ma, pur mutando le forme, il senso complessivo resta lo stesso e riguarda probabilmente la stessa natura umana)  sembra essere dedicato a questo comportamento dell’uomo che può avere connotati positivi o negativi a seconda del valore per il quale ci si mette in gioco.

Parliamo di sfida, che in senso ampio, secondo l’enciclopedia, indica la provocazione  o l’atto che ha lo scopo di suscitare comunque una reazione da parte di altre persone. Dunque un primo punto: di qualsiasi tipo di sfida il valore principale e che potrebbe anche non avere significato specifico in un dato ambito, ma essere un atto eccentrico rispetto a costumi ed usi consolidati. In sé non un valore negativo, purché il suo utilizzo non sia assolutamente insensato nelle condizioni date.

Nel corso della storia umana, il vocabolo ha assunto diverse declinazioni, indicando ad esempio lo sfidare a battaglia, ad un duello, ad una gara o a qualsiasi altra competizione. Una fida si manda, si lancia  e al tempo stesso si accetta, si respinge, si rifiuta. Il luogo anche non geografico in cui assume il significato forse più alto  e nobile è certamente nello sport inteso nella sua accezione più olimpica, meno in senso professionale. Di solito avviene che un atleta inviti un avversario a gareggiare con lui, si pensi al caso da manuale con cui un pugile affronta un altro che sia detentore di un determinato titolo. 

Dunque uno dei valori più evidenti del termine è quello di provocazione  con lo scopo evidente di suscitare una reazione da parte di altre persone. La storia dell’uomo è costellata di sfide, spesso mortali con le quali si cercava di impedire maggiori danni alle popolazioni o si misuravano le capacità di un popolo e così via (pensiamo alle olimpiadi). Nel diritto pubblico medievale, le sfide ovvero le rappresaglie trovarono sbocco in un vero e proprio compendio di norme intese a determinarne l’esercizio. Così, perché si facesse luogo alla rappresaglia, gli statuti cittadini talora esigevano che l’offeso mandasse al suo avversario, per mezzo di un messo, una sfida che si indicava come diffidantia, scritta da un notaio alla presenza di tre testimoni, e talora richiedevano che dovesse intercorrere un lasso di tempo, prima di iniziare le ostilità. Tutto ciò aveva il fine di porre un freno ai mezzi violenti di tutela dei propri diritti, che erano tuttavia ammessi dalla legge. Sfida si ritrova in altro modo anche nei termini di disfida, il combattere gareggiando con altri, certame, combattimento, competizione duello, gara, tenzone. Non esiste tempo, cultura, luogo e ambito sociale in cui tra esseri umani si sia ingaggiata una sfida per motivi nobili, validi, meno commendevoli o anche abietti. E’ la storia dell’umanità che lo racconta e forse allo spirito di confronto (in tale ambito portato alla sua forma estrema) si deve anche il cammino della civiltà fatta di confronti anche aspri, non sempre pacificamente accettati, tra idee, usi, costumi e via dicendo.

La sfida tout court, sembra essere il connotato distintivo delle forze politiche al governo del paese. Una misura che appare ineliminabile malgrado il tentativo continuo di calmierare messo in atto dal premier e dagli esponenti ad esso più vicini. Sfida o sfide che riguardano certamente gli avversari politici indicati come la causa di ogni male, ma anche e soprattutto i rapporti tra i due alleati nella coalizione che regge l’esecutivo.

Non passa giorno che a livello interno o nei rapporti internazionali, non venga annunciata una sfida. In economia, nella politica sociale, nella quotidianità amministrativa. E’ come se il governo gialloverde intendesse il confronto in atto nel paese come una sorta di O.K. corral, dove ogni giorno si deve consumare un duello, una singolar tenzone. Lontana però dal duro e tuttavia umano confronto che fu di Peppone e Don Camillo. I personaggi di Guareschi erano simbolici di un grande confronto ma anche della comprensione di appartenere ad uno stesso mondo al di là di contese, dispetti attacchi verbali e così via. Oggi sembra invece che quel che accade abbia l’evidente scopo di mettere in minoranza, sminuire, criticare chi insieme porta l’onere di governare il paese. Un gioco al massacro delle cui finalità probabilmente si fatica ormai ad intravedere il senso se non in extremis la giustificazione.

Se un vice premier attacca in un settore, l’altro rimbecca in un altro. Sembra quasi che la loro attività più che impegnarsi nella realizzazione positiva dei programmi a cui si allude ma che sembrano uno sfondo teatrale, sia quella di ammannire con parole e gesti clamorosi le loro verità al popolo cui entrambi si richiamano. Più si fa difficile attuare le misure concordate più i territori di contesa si moltiplicano, salvo poi fare insieme riferimento all’italico “volemose bene”, nulla ci dividerà pronunciato a un passo dal precipizio.

Pur comprendendo l’humus nel quale la politica si muove, la necessità di non finire in un cono d’ombra, va osservato che tuttavia essere sempre sotto i riflettori nuoce al messaggio di fondo molto più che l’esposizione perenne che in buona sostanza sembra essere poi capace di sostanziare se stessa, incurante di persone e ruoli. Una deriva non positiva per alcuno.

 

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