La parola della settimana

Farsa
di Roberto Mostarda

E’ inevitabile, di fronte ad alcuni comportamenti non politicamente corretti, anzi volutamente scorretti, porsi qualche domanda su cosa sia essenzialmente il far politica e l’assumere responsabilità in tale campo anche a livello governativo.

Due episodi ci sollecitano in tal senso e aprono la riflessione sul termine scelto questa settimana. Il primo è l’ennesima, ormai consueta, sceneggiata fatta da Beppe Grillo, il garante del Movimento Cinquestelle in Gran Bretagna, dinanzi agli studenti di Oxford. Forse ritenendosi sciolto da qualsiasi forma di educazione e correttezza, il guru è arrivato bendato motivando tale comportamento con il timore di guardare in faccia la realtà e in poche battute l’applauso cortese iniziale si è trasformato in una serie di proteste e di critiche per l’atteggiamento e il senso delle sue parole. Che dire il guru ha perso lo smalto? Certamente come accade quando si comincia a ritenersi “citabile” e a “citare  se  stessi” si può andare incontro a qualche cocente delusione. Secondo se si intende sempre richiamare l’attenzione su sfracelli, questioni insolute, colpe e responsabilità rigorosamente seme attribuite ad altri, prima o poi arriva il redde rationem e con questo si mette a repentaglio anche quel po’ di buono che si voleva portare avanti.

Le università britanniche sono note per le loro caratteristiche comportamentali e per la secolare tendenza all’ironia anche pesante. Essere riusciti a far esplodere la reazione contraria a un simile uditorio non è soltanto un flop ma anche la dimostrazione che se si perde il senso del limite non si va molto lontano. Perduto lo smalto in Italia non è dato sapere quale appeal possa avere il guru all’estero. Un altro e non l’unico passo falso o criticabile che Grillo sta compiendo, si pensi alle recenti giravolte sui vaccini dopo aver accusato il mondo farmaceutico di complotti contro la salute per anni ed aver infiammato gli animi grillini fino a ... ieri!

Il secondo elemento è la trasferta automobilistica di Di Maio e Di Battista a Bruxelles per tentare di associare il movimento a qualcuna delle famiglie politiche europee in vista delle elezioni della tarda primavera. Compito ai limiti del possibile per l’orgoglioso isolamento sempre manifestato e per sbagli precedenti come l’apparentamento con l’inglese Farage.

I due, incuranti del ridicolo, hanno annunciato e compiuto il viaggio da Roma alla capitale belga e centro dell’Europa politica, pensando di farsi immortalare come due normali cittadini, ma annunciando al contempo sfracelli, chiusure della sede di Strasburgo e ulteriori “modifiche” storiche dell’Europarlamento con l’avvento del nuovo di cui si sentono alfieri in Italia, non è ben chiaro in che modo in Europa. Mutuando il modus del viaggiatore Di Battista e per tenerlo buono sul fronte “movimentista” del movimento, il vice premier ha pensato bene di fare quella che si poteva definire qualche decennio fa una “mattata”! Con la sicurezza di fare qualcosa di originale e che facesse audience! Agli occhi del pubblico una sorta di rimpatriata tra vecchi amici o meno e dai non chiari contorni politici nazionali: Di Maio è uno dei governanti italiani mentre Di Battista è un battitore libero eternamente versato alla goliardia concettuale. Un connubio quanto meno insolito!

E arriviamo, dopo questa descrizione alla parola scelta che è: farsa. Un vocabolo – si legge nel dizionario - di origine francese che significa grosso modo “riempimento”  e che in origine (nella forma farce o in una corrispondente forma latina medievale farsa) indicò varî tipi di intervento popolaresco nelle cerimonie liturgiche, mediante interpolazione di testi e canti in volgare nei testi e nelle melodie della liturgia tradizionale, o anche l’inserzione di intermezzi comici nelle sacre rappresentazioni che si tenevano sul sagrato delle chiese. In seguito passò a significare un componimento teatrale, che si propone essenzialmente di far ridere, trattato come genere a sé dal sec. 15° fin quasi ai nostri giorni; costituita per lo più di un solo atto, talora anche musicata, aveva il compito specifico di rallegrare gli spettatori alla fine di una tragedia o anche di una commedia troppo impegnativa.

Per analogia, si chiamò così, ai primordî del cinema, la scena comica finale che si usava far seguire ai film drammatici. Oggi la parola, priva di significato specifico, indica spregiativamente qualunque commedia, teatrale o cinematografica che, priva di valore artistico, si proponga il solo scopo di eccitare il facile riso di spettatori non raffinati. O, ancor più si indica con questa espressione una “cosa non seria, una buffonata!

In sostanza, ci troviamo di fronte a qualcosa che dimostra da un lato un’eventuale arguzia di analisi, ma dall’altro la non volontà di approfondire i temi e il fermarsi alla superficie con ciò favorendo risate, lazzi, ilarità a buon mercato. Che tutto questo sia compiuto da personaggi del nostro paese che in questi anni, complice la degenerazione politica complessiva e non solo nazionale, hanno assurto a ruoli dirigenti o comunque influenti sull’opinione pubblica arrivando in Parlamento e nelle amministrazioni locali, non è affatto rassicurante. I temi della sicurezza, del lavoro, delle migrazioni, dell’economia da salvare, dei diritti da conservare e rafforzare con il contrappeso dei doveri da assumere, in una parola della democrazia da consolidare e mantenere non sono questioni secondarie da ammantare di atteggiamenti farseschi. Il paese e l’Europa non sono un teatrino, un palcoscenico, ma realtà ben precise e che non si affrontano con frizzi, lazzi e volgarità.

Anche perché non vorremmo che si realizzasse per il nostro paese il monito “una risata vi seppellirà!” E questo per il bene di tutti!

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