La parola della settimana

Prescrizione
di Roberto Mostarda

Nei giorni che viviamo, la cronaca politica ci sottopone, a volte sino alla stanchezza, alcuni termini che sottendono problemi più ampi e riguardano in fondo lo stesso nostro sistema di vita collettiva.

Non vie è dubbio che il vocabolo prescrizione sia tra questi e pur avendo una lunga tradizione nella prima e soprattutto nella seconda Repubblica, torni ora con prepotenza a riaffacciarsi nelle diatribe del governo gialloverde. Parliamo di un termine dai diversi valori, soprattutto giuridici, legato alla vigenza o meno di un diritto, al rispetto o meno di un termine temporale e così via.

La parola viene dal latino praescriptio, sostantivo che deriva dal verbo praescrivere. Con essa si indica precisamente una norma impartita, stabilita, codificata da chi ne ha autorità; ordine, comando. Si parla infatti di prescrizione di legge, di regolamento, di prescrizione degli ispettori del lavoro. Il significato è quello diretto a richiamare all’osservanza di una norma di legge violata o ad adottare particolari misure ritenute necessarie per la tutela dei lavoratori nel caso specifico.  

Ma esistono anche i segnali stradali di prescrizione, quelli che studiamo per la patente e poi vediamo per le strade di forma circolare con bordo rosso che indicano un obbligo o, più spesso, un divieto. Anche in tema di salute si parla di prescrizione, in questo caso di un medico, e ha il valore di terapia e profilassi. In particolare, nelle ricette mediche, l’indicazione dei farmaci prescritti, delle dosi e delle modalità di somministrazione, o anche l’enumerazione delle varie sostanze che compongono un preparato medicinale, fa parte della nostra vita quotidiana.

Di tutte queste possibili declinazioni, è certamente prevalente ai nostri giorni per lo scenario che l’accompagna, quella di natura giuridica. In questo campo per prescrizione si intende la possibile estinzione di un diritto quando il titolare non lo eserciti per il tempo determinato dalla legge, e questo è il termine di prescrizione, che può avere durata e valori temporali specifici pur avendo di norma indicazioni complessive dalla legge. Può anche essere definita estintiva, e in questo caso si utilizza da sola senza spiegazione, quando produce l’estinzione del diritto; o presuntiva, quando è relativa a crediti (o debiti) sottoposti alla prescrizione ordinaria decennale, i quali si presumono estinti, salvo prova contraria, dopo trascorso un periodo prefissato dal momento in cui sono sorti.

Quel che più rileva in questa analisi è il significato che assume la prescrizione nel diritto penale, dove indica la possibile estinzione del diritto di punire (si dice del reato), che opera prima che sia intervenuta una sentenza definitiva di condanna, o del diritto di applicare a una persona una determinata pena (ossia della pena), inflitta attraverso una sentenza irrevocabile, in conseguenza del decorso del tempo.

Ed è questo il punto nevralgico sul quale da decenni la nostra politica si avvolge e riavvolge a seconda delle forze politiche al governo e alla interpretazione che esse intendono dare alla legge. Appare infatti evidente il valore oggettivo della prescrizione, quando si verta in tema di lunghezza eccessiva dei procedimenti giudiziari e cioè quando il tempo trascorso senza decisione potrebbe portare persino alla negazione della giustizia stessa. Ed è questa la fattispecie diciamo così costituzionalmente positiva. Poi vi è un altra congerie di risultati pratici nei quali invece l’apposizione di un termine per l’esercizio di un diritto o per l’estinzione del diritto stesso o della possibilità di esercitarlo, conduce a degenerazioni non augurabili né accettabili.

E’ il caso nel quale, contando sui tempi lunghissimi dei processi, contando sulla possibilità di presentare nuovi elementi, eccezioni procedurali, cavilli di ogni sorta di cui è fornito l’armamentario del normale azzeccagarbugli, si cerca di far scattare la prescrizione ottenendo il risultato di non permettere di perseguire responsabili di reati anche gravi, in nome di un principio formale che sovente provoca nella pubblica opinione sconcerto e malcontento.

Due cose vanno precisate: il primo è che l’istituto giuridico della prescrizione, ancorché snaturato dalla prassi, costituisce un correttivo se impiegato con correttezza all’eccesso di durata dei processi e spinge in certo senso ad un’economia nella gestione giudiziaria; secondo che intervenire in un campo come questo soltanto per demagogia e proclami giustizialisti non porta verso migliori condizioni giudiziarie e non favorisce certamente quella giustizia per i cittadini della quale si riempiono la bocca molti politici salvo poi trovarsi essi stessi invischiati nei meccanismi relativi e chiedere a gran voce l’applicazione proprio di quegli istituti, come quello in esame, per la cui correzione e/o abolizione ci si è battuti. Meditate, gente, meditate, potremmo esortare, prima di smantellare senza criterio istituti giuridici frutto dell’evoluzione della giurisprudenza e del diritto positivo (per molti entrambe le cose risultano sconosciute, ma non è un buon motivo per passarci sopra).

Quello che sempre va evitato e la magistratura deve poter impedire che si verifichi ed essere posta in grado di farlo, è l’utilizzo di un istituto come la prescrizione a fini che con l’applicazione puntuale ed equilibrata della giustizia, non hanno e non debbono avere nulla a che fare. Ossia essa non deve essere mezzo per non perseguire chi delinque! Tutto questo con serietà, attenzione, senza demagogia o scriteriati proclami per vellicare bassi istinti che con la giustizia non hanno nulla a che vedere!

 

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