La parola della settimana

Provocazione
di Roberto Mostarda

Se esiste un termine che si attaglia perfettamente, al di là di qualsiasi riferimento etico o politico, nonché giudiziario, alla attuale agire del governo, questo è senza alcun dubbio provocazione. Derivato dal latino il vocabolo significa, oltre che «invito alla lotta, sfida al combattimento o a un duello», anche «appello a un giudice superiore» secondo il diritto romano.

In particolare possiamo aggiungere, facendo riferimento al dizionario, che con esso si indica l’azione di provocare, il fatto di essere provocato (soprattutto come eccitamento a reagire in modo violento): anche l’atto, la parola, il comportamento con i quali si provoca o dai quali si è provocati. Nel diritto penale la provocazione costituisce una circostanza attenuante prevista per chi ha reagito in stato d’ira determinato da un fatto ingiusto altrui; nei delitti di ingiuria e diffamazione, la provocazione agisce come causa di esclusione della pena, quando la reazione avvenga subito dopo il fatto ingiusto). 

In senso molto più desueto, anche per l’evoluzione del costume, indicava l’atto, atteggiamento, comportamento femminile (o anche, eventualmente, maschile) che tendesse a provocare reazioni altrui. Per stare ai fatti, come dicevamo, il porsi, le parole, i comportamenti, le dichiarazioni degli esponenti del governo nazionale sin dagli esordi (in continuità con la campagna elettorale) si possono definire lato sensu provocatori, ossia gesti di aperta provocazione che i sostenitori del “cambiamento” usano a piene mani non soltanto nell’agone politico nazionale, ma anche a livello internazionale nei confronti dell’Unione Europea o di paesi membri o nel consesso internazionale, del quale peraltro, salvo lodevoli eccezioni, non sembrano avere esauriente comprensione, almeno in questa prima fase.

Anche in questo campo però, l’appellarsi alla Russia e in contemporanea agli Stati Uniti “sovranisti”, non sembra frutto di un’attenta conoscenza delle dinamiche e delle questioni sovranazionali. Diciamo dunque provocazione. Nelle parole dei due leader politici che sono poi gli azionisti effettivi dell’esecutivo, Di Maio e Salvini, appare evidente che sicuri, meglio dire affetti da congenita sicumera, entrambi hanno privilegiato e privilegiano il concetto di sfida, di attacco contro chiunque si ponga sulla loro strada o abbia anche soltanto qualche dubbio sul da frasi. La logica indefettibile del cambiamento, secondo questa visione, pone chiaramente in evidenza la necessità per loro di contestare tutto, sostituendo al ragionamento e al confronto il diktat, strumento sempre appetibile e carezzato da ogni leader che voglia sollevare o agitare anche mediaticamente le folle.

Ecco allora che dalla tragedia di Genova, dove con tutta evidenza la gente attendeva indicazioni chiare e decise, è stato un profluvio di prese di posizione di esponenti penta stellati o leghisti, nel rincorrersi a vicenda nell’attacco senza quartiere a tutto e a tutti, in politica, in economia, nelle scelte sociali, nel confronto sulle questioni di bilancio in Europa, sui migranti.

Animati da certezze apodittiche come novelli e un po’ tristi “blues brothers”, i due leader appaiono portatori di una visione che abbatte qualsiasi scelta precedente, sposta in avanti la linea della sfida, sposta continuamente tale linea non rendendo possibile né un contrattacco reale né tanto meno la eventualità di un confronto serio e approfondito su temi che saranno cruciali per il paese e la sua stabilità nei prossimi mesi e nel futuro.

Cambiare leggi come la Fornero, certo invisa a tutti, chiudere i porti agli sbarchi, chiudere i centri di accoglienza, pensare a nazionalizzare imprese o settori dell’economia, sono altrettante manifestazioni di una vera e propri provocazione al paese e agli stessi elettori dei due partiti che, una volta diradatasi la nebbia delle promesse altisonanti si troverà dinanzi alla realtà delle scelte, scoprendo che la furia iconoclasta mette loro stessi nel centro del mirino. Un risveglio brusco certo, ma che almeno in apparenza non scalfisce l’appoggio elettorale, in una perfetta sindrome autolesionista un po’ tafazziana.

La provocazione, tuttavia, una volta esercitata, “provocata” per così dire, ribadita, lascia dietro di sé le conseguenze, cosa di cui i due leader non sembrano rendersi conto. E, soprattutto, la provocazione non costruisce, distrugge, abbatte soltanto, lascia rovine e rende ancor più difficile provare a ricostruire, a riconnettere, a guardare avanti. Il ritardo imbarazzante con il quale si sta arrivando alle decisioni su Genova, l’ondivaga posizione su aspetti chiave, come quelli sollevati dall’anticorruzione, uniti alla predilezione per decretazioni di urgenza, in modo dirigistico, senza alcun serio confronto dialettico con le opposizioni, anche interne, sono altrettanti dati sconfortanti, perché producono ulteriori danni morali e materiali, sulla strada palingenetica che essi intendono far intravedere al paese.

Qien Sabe, si diceva in un vecchio film. Chi sa cosa accadrà? Per ora la coltre nebbiosa è spessa e impenetrabile. Speriamo che oltre non ci sia la roccia o l’iceberg!    

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