La parola della settimana

Vendetta
di Roberto Mostarda

Una parola, quella di questa settimana che pur se fa parte dell’immaginario collettivo e della lotta politica in senso figurato, mai si era manifestata in modo così totalmente significativo come nelle parole usate dal portavoce del presidente del Consiglio, in un audio inviato “privatamente” ad almeno due giornalisti, in riferimento ai funzionari del ministero dell’economia (e più in generale alla burocrazia amministrativa).

Tralasciamo per il momento il contesto, l’autore, il ruolo che riveste ed il fatto che sia anche un giornalista, per concentrarci sul termine in sé.

Vendétta, dunque, un sostantivo femminile che viene dal latino vindĭcta e che vuol significare «rivendicazione; liberazione; vendetta; castigo». In sostanza. Leggiamo nel dizionario, si intende con esso il danno materiale o morale, di varia gravità fino allo spargimento di sangue, che viene inflitto privatamente ad altri in soddisfazione di offesa ricevuta, di danno patito o per sfogare vecchi rancori.

Nel linguaggio giornalistico, spesso la si definisce trasversale, ossia indiretta, e che ha come oggetto familiari o amici della persona che si vuole colpire (caratteristica delle faide e delle lotte tra diverse organizzazioni criminali); la migliore è il perdono, osserva la sentenza di carità cristiana. Comune soprattutto la locuzione fare vendetta, vendicare. O ancora, ricevere vendetta, essere vendicato, ricevere soddisfazione, con soggetto di persona o di cosa.

In etnologia, si parla di vendetta del sangue, come forma che può colpire sia l’uccisore sia qualsiasi membro del suo gruppo familiare, secondo leggi e usi particolari, generalmente con esclusione delle donne, dei bambini, dei vecchi. In molti casi è sostituita da un risarcimento alla famiglia dell’ucciso, talora accompagnato da un sacrificio animale, o da un matrimonio tra un uomo del gruppo dell’uccisore e una donna di quello dell’ucciso.

Si intende anche come castigo, punizione, e in particolare si parla di vendetta come punizione divina, soprattutto nelle antiche scritture. L’espressione appartiene in origine al linguaggio della Chiesa la quale definisce l’omicidio volontario, il peccato impuro contro natura, l’oppressione dei poveri, il defraudare la mercede agli operai, «i quattro peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio». In senso poetico si parla di persecuzione.

Sin qui la spiegazione del vocabolario sui significati del termine che richiamano come appare evidente uno status, una condizione umana o sociale che chiede una sanzione, un prezzo per chi si è macchiato, o si ritiene si sia macchiato di responsabilità, colpe, o atti che appunto chiedono di essere soddisfatti.

Nelle parole pronunciate nel caso di specie, condite anche di indicazioni specifiche su come l’informazione dovrebbe occuparsi del tema affrontato, si fa fatica a comprendere che senso abbia parlare di vendetta, anzi di megavendetta, nei confronti di funzionari amministrativi dello stato che non tanto non ottemperano al loro lavoro, ma che secondo l’accusa formulata dal portavoce del premier, lavorano contro l’esecutivo e remano contro, come si è affrettato ad affermare ad adiuvandum il vice premier grillino.

In sostanza l’accusa che richiederebbe una megavendetta sarebbe quella di frapporre ostacoli o rallentare l’azione del governo alla ricerca delle risorse necessarie ad attuare i capisaldi del programma dell’esecutivo, come il reddito di cittadinanza. Se questi soldi non si trovano, questa la tesi, è perché i suddetti funzionari, non li vogliono trovare e questo per danneggiare il lavoro del governo. La risposta, inesorabile, dovrebbe essere quella della perdita del lavoro o altre similari conseguenze.

Se ci si trovasse dinanzi ad una terra incognita forse potrebbe nascere il sospetto di un’interpretazione pretestuosa o forzata, Ma le parole dell’audio sono chiare e senza alcun fraintendimento e vengono, si potrebbe osservare, dall’interno stesso del ruolo centrale dell’esecutivo, quello del premier. La sottostima del quale nei confronti del suo stesso portavoce, come a minimizzare l’impatto di quanto accaduto, se possibile aggiunge qualche ulteriore elemento di riflessione e di preoccupazione.

Quale cultura giuridica e quale cultura di governo, di un paese che si definisce democratico, può serenamente accettare toni e sostanza di una vera, reale, chiara minaccia che viene dall’esecutivo contro la stessa macchina dello stato che esso rappresenta? Non è una domanda retorica, ma estremamente calzante. Soprattutto per il pulpito dal quale arriva la minaccia.

In nessun ambito di un paese fondato su istituzioni democratiche, si può accettare tranquillamente una simile logica relegata a forme tribali di coesistenza. Quale limite a ogni forma di possibile vendetta si potrebbe opporre a tutti i livelli del paese se una vicenda come quella descritta dovesse rimanere senza conseguenze!

La pavidità, quasi connivente, con la quale esponenti di spicco dei cinquestelle hanno liquidato l’accaduto accusando ovviamente i giornalisti di fare il loro lavoro pubblicando notizie di rilievo pubblico, non dà una buona impressione, soprattutto se unita agli attacchi contro il mondo dell’informazione con minacce di intervento sulle istituzioni stesse del giornalismo, pur se controbilanciate dalla difesa del diritto-dovere di informare venuta dal presidente della Repubblica.

Senza un argine efficace, fondato sulle regole costituzionali e sulle leggi, quali e quante forme di “vendetta” potrebbero consumarsi nel paese, riportando all’indietro l’orologio della storia e della civiltà di un paese una volta, molto tempo fa, definito la “culla del diritto” e che ora rischia passo passo di divenirne la “tomba”?

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