La parola della settimana

Gradualità
di Roberto Mostarda

Non sembrano, quelli che viviamo, tempi nei quali la parola di questa settimana possa avere tranquilla cittadinanza. Le promesse elettorali, la spinta mediatica e popolare sul tutto e subito attivata dai vice premier del governo, spingono inesorabilmente in tutt’altra direzione. Eppure, volenti o nolenti, anche i maggiori azionisti dell’esecutivo dovranno fare i conti con la realtà, per così dire. Dalla loro reazione dipenderà la sussistenza e la durata stessa della maggioranza e del governo.

A dimostrazione della bontà di questo semplice assunto vi è l’esperienza tuttora in corso della presidenza Trump negli Stati Uniti. Eccentrica rispetto all’establishment, sopportata dai repubblicani e durante criticata dall’opposizione democratica, la leadership del tycoon ha seguito una specifica parabola: in crescita costante nei primi mesi, quasi un anno, poi i primi segni di resistenza non di chi lo contrasta e che lui considera nemico, ma della società stessa, anche a lui favorevole. Se non vi fosse nell’economia statunitense un momento di assoluta crescita, la presidenza sarebbe in seria difficoltà per i troppi dubbi sul Russiagate e per l’acritico sostegno alle forme più retrive e liberiste presenti all’interno della società, unite stranamente ma non troppo alle lobby più potenti del conservatorismo anche religioso. Una sorta di revanscismo da lui cavalcato e che sembra mostrare le prime crepe di fiducia.

L’esempio, come è evidente, si collega solo in parte alla nostra condizione nazionale caratterizzata da uno strano mix tra un paese che vuole crescere ed uno che non intende cambiare, per paura e per interesse.

Ecco allora che la spinta dei primi centro giorni sembra appannata e ricondotta a modalità e tempi più consoni al costume italico. Anche se i due vice premier continuano nella rincorsa a superarsi nelle affermazioni e nei diktat più o meno velleitari con i quali conducono il gioco. Solo che dalla società, quella stessa che li ha anche votati, arrivano segnali necessari di una stabilità governativa oltreché politica e le parole d’ordine che riscaldano i cuori non sono molto d’aiuto per far tornare i conti e non solo quelli economici e finanziari.

La pacatezza “armata” che sembra caratterizzare il ministro dell’economia Tria è la cartina di tornasole più evidente. Interpretando lo scomodo ruolo di chi deve richiamare alla realtà (una sosta di grillo parlante), il responsabile dell’economia e della finanza nazionale non si stanca mai di sottolineare come le guasconate e le sparate dei suoi due giovani vice premier, non sempre collimino con la dura legge dei numeri, delle risorse disponibili e del loro utilizzo sui capisaldi del programma ai quali né Salvini né Di Maio sembrano voler rinunciare (un po’ per celia e un po’ per non morir forse, ma certamente per mantenere e rafforzare la resa su un elettorato in attesa di risposte chiare e soprattutto, guarda caso, stabili. Il balletto sulle pensioni, quello sul reddito di cittadinanza, quello sulla flat tax, il mix esplosivo del doverle portare avanti insieme, ha già costretto Tria a dire una lapalissiana verità: mentre si cerca di far quadrare i conti in generale e non solo nei confronti dei vincoli europei, non si può spingere su riforme che se condotte in porto nelle condizioni attuali rischiano di far spendere più dei risparmi ipotizzabili e propagandati.

Il mantra del ministro dell’economia altro non è che un richiamo al realismo e a quel principio di gradualità che solo può permettere di condurre in porto i provvedimenti che dovranno caratterizzare il governo giallo verde. Con l’aggiunta che due più due continuerà sempre a fare quattro, per quanti artifizi e giri di valzer si vogliano intraprendere. Alla resa ... dei conti... dunque saranno i numeri reali a dare o il là o lo stop a tutte le forme di velleitarismo sino ad ora caratterizzanti l’esecutivo, con la differenza di una maggiore aderenza della Lega ai dati reali e una tendenza invece ai voli pindarici da parte dei cinquestelle vistosamente attoniti e impreparati dinanzi a quel che vuol dire, per qualsiasi governo che voglia agire democraticamente, governare il paese secondo equilibrio, previdenza e appunto gradualità.

Che cosa vuol dire poi questa parola? Il procedere, lo svolgersi in modo graduale, ossia fatto di passi prudenti e calibrati sui dati reali e non su quelli vagheggiati per comodità e per esigenza elettorale, o per dare battaglia in Europa, annunciando defezioni nei pagamenti o altro (in stile trumpiano) se non verranno accolte le posizioni italiane da loro sostenute.

In buona sostanza, altro non è che la saggia misura che deve contraddistinguere il timoniere di un vascello sostanziale o figurato, nell’affrontare gli inevitabili marosi dell’esistenza. Per navigare e condurre in porto un vascello occorre che a dare ordini sia una sola entità, anche frutto di una sintesi fra posizioni diverse, altrimenti il rischio di ritrovarsi contro gli scogli non solo è probabile, ma praticamente certo! Trattandosi di un vascello sul quale si trovano gli italiani, forse sarebbero opportune meno certezze apodittiche e mediatiche, più riflessione sui nodi da affrontare, e una saggia conduzione, passo dopo passo, problema per problema. E questo se ciò che conduce l’azione del governo è il tanto conclamato cambiamento di passo, la distanza dai calcoli elettorali, l’azione a favore del paese in tutte le sue espressioni e non la “criminalizzazione” ora di questo ora di quello, anche in termini sociali. Così non si va da nessuna parte o, meglio, si va solo in una direzione, nefasta!

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