La parola della settimana

Dirigismo
di Roberto Mostarda

La parola scelta questa settimana, insieme al caldo torrido dell’estate, riporta alla mente lugubri ricordi di quella che fu l’Unione Sovietica e la sua politica illiberale, con tutte le sovente tragiche conseguenze sociali.

Ma il termine  esiste anche senza questo riferimento – che in esso trova tuttavia piena espressione – nel campo economico e politico internazionale e contraddistingue da secoli un modo di affrontare le esigenze economico-produttive di un paese, con scelte che siano dettate dall’alto, da un foro che non considera i meccanismi economici e sociali ma che tende ad irregimentarli ed inserirli in un quadro di riferimento rigido, tendendo a modificare i meccanismi propri dell’umanità che da millenni contratta, vende, compra e produce per queste finalità.

Una filosofia ben precisa, dunque, non propriamente liberale e democratica, soprattutto per l’evidente distacco tra chi decide e chi delle decisioni deve tenere conto e ne è condizionato. Il vocabolo dirigismo, viene dal francese dirigisme e indica, come facilmente si comprende, l’azione del dirigere, dell’organizzare in modo rigido e preconcetto. In genere, nella pubblicista si intende con esso la politica di largo intervento dello stato; in particolare si parla di dirigismo economico, ovvero  l’indirizzo di politica economica secondo cui lo stato deve intervenire a regolamentare i vari settori della vita economica di un paese, con azione sia diretta sia indiretta, senza che i mezzi di produzione cessino di essere in mani private, ma ottenendo tuttavia l’effetto di regolare la libertà indiscriminata della produzione e del mercato. Si afferma spesso che dirigismo indica anche l’interventismo dello stato o più concretamente lo statalismo tout court, in aperta contrapposizione ideologica a quella che viene definita da sempre, economia di mercato nelle sue declinazioni più sociali (economia sociale di mercato, quella che venne applicata nei paesi europei della prima Cee nel dopoguerra) e liberismo, con i significativi esempi delle economie britannica o statunitense in primo piano. Spesso di dirigismo si parla anche come tendenza alla cosiddetta pianificazione centralizzata dell’economia  o a quella derivazione francese che venne definita colbertismo, dal suo propugnatore.

Quel che contraddistingue comunque il dirigismo politico in primis ed economico in secondo luogo, è l’attribuire al mercato e al confronto delle forze produttive in modo democratico ancorché duro, un significato negativo, indicando in chi produce un istinto predatorio e di detrazione di ricchezza a danno di chi lavora con i corollari dello sfruttamento. Da questa piccola premessa sono derivate teorie politiche ed economiche che hanno sconvolto il mondo e travolto intere generazioni.

E’ ancora difficile vedere economisti di diversa estrazione trovare un punto di equilibrio – ancorché instabile per definizione – tra le esigenze della produzione, quelle del lavoro e quelle degli equilibri sociali che derivano dalla diffusione o meno della ricchezza. Si assiste soltanto ad arroccamenti senza intelligenza su un lato o sull’altro. Lo stesso confronto tra gli Usa e la Russia ma anche la Cina, quasi fattispecie di due sistemi opposti, liberismo e dirigismo, sembra non trovare una sintesi che proietti in avanti i destini dell’umanità. Sono categorie bloccate, ingessate. Ora ne prevale una, ora ne prevale per reazione l’altra. In nessun caso si assiste ad uno sforzo mediano di comprendere che i fattori della produzione hanno bisogno di un quadro di riferimento normativo efficace e capace di correggere eventuali derive liberiste ma, allo stesso tempo, devono potersi esprimere per quelli che sono i meccanismi propri dell’homo economicus per così dire!

Quello che accade da decenni nel nostro paese ne è la manifestazione paradigmatica. Il pendolo ha oscillato da una parte e dall’altra senza sosta, ad ogni cambio di governo con il risultato di un indebolimento degli strumenti della produzione e della forza contrattuale di chi lavora, ossia il peggior risultato possibile. Con il corollario non secondario del tentativo in atto anche oggi – dove sembra emergere un dirigismo strisciante e demagogico - di smantellare tutto quello che è stato fatto prima, senza considerarne le conseguenze e soprattutto prima di aver ben delineato, senza equivoci, il modello alternativo al quale fare riferimento!

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