La parola della settimana

Complotto
di Roberto Mostarda

“Che tutto cambi, perché nulla cambi”, la celebre frase de Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, ci torna necessariamente alla mente in questi giorni convulsi di una azione governativa che sembra non ingranare costretta dalle contraddizioni dei propri azionisti e dalla necessità per entrambi di primeggiare sull’altro in una rincorsa deleteria per il paese, con il premier esecutore per così dire “a far da palo” (rifacendosi ad una vecchia poesia risorgimentale)!

Ci torna alla mente, perché il governo del cambiamento, i leader del cambiamento al momento del bisogno, perché messi alle strette, non sembrano trovar di meglio che rifarsi al vecchio, abusato armamentario dialettico delle tanto aborrite prima e seconda repubblica: la logica del complotto. Non appena le carte vengono messe in tavola, qualcuno esprime critiche anche circostanziate, documentali, evidenzia contraddizioni, invece di rispondere a tono confutando dati, documenti o numeri, si innesta la denuncia del complotto di poteri forti o meno che vogliono far fallire il governo del cambiamento, spegnere la sua spinta propulsiva e via beceramente ricordando i fasti e soprattutto i nefasti delle passate stagioni.

Ancor prima poi di iniziare a governare l’esecutivo trifronte ha già imboccato la strada della decretazione d’urgenza per impedire e posticipare qualsiasi dibattito parlamentare ancorché di un parlamento ad ampia maggioranza. Potremmo sottolineare che siamo in piena seconda repubblica berlusconiana o prodian-dalemiana che dir si voglia, o ancor più in un puro stile democristiano almeno nelle sue fasi più decadenti.

Nulla di nuovo, dunque, nessun cambiamento, condito di un evidente fastidio per le critiche e per un accentuato richiamo, al fateci “lavorare”, poi vedrete che il cambiamento ci sarà, come il sol dell’avvenire per citare un altro modo di subornare la pubblica opinione!

Dunque, complotto, congiure di palazzo, cospirazioni politiche anche a livello internazionale, tutto per impedire il nuovo che avanza.

Giova a questo punto – mai avremmo pensato di doverci tornare sopra in questa stagione nata sull’onda della ribellione elettorale – riandare a ricordare il valore etimologico delle parole e in primis di quella indicata nel titolo: il complotto, appunto.  Termine di etimo incerto e riferibile al simile francese complot. Esso indica la cospirazione, la congiura, l’intrigo ai danni delle autorità costituite o di persone private nei confronti di organismi pubblici.

Dal canto suo,  congiura delinea un patto segreto, e per lo più confermato da giuramento, fra persone che s’accordano a rovesciare l’ordinamento di uno stato e chi lo rappresenta a cui prendono parte i membri stessi della corte sovrana o principesca (o, fig., alte personalità vicine all’uomo politico, al regime, al gruppo di potere che si vuole rovesciare). Per estensione si fa riferimento anche ad azione contro altri ordinamenti o istituzioni; In sostanza dunque, macchinazione, complotto a danno di altri. Si parla anche di congiura del silenzio, quando appare o apparirebbe un proposito deliberato e concorde (anche se non preceduto da vero e proprio accordo) di non parlare di una persona e delle sue opere e imprese, o, in genere, di tacere su qualche argomento.
Ancora, a dimostrazione di come queste parole si richiamino l’un l’altra e si completino, cospirazióne dall’analogo latino, appare di evidente collegamento con il respirare insieme, dunque avere lo stesso intento, la stessa visione. Con essa si intende indicare in sostanza un’unione segreta di più persone che s’accordano per conseguire uno scopo comune, per lo più di natura sovversiva, contro lo stato, le sue istituzioni, o in genere contro chi detiene il potere. Più in generale, si parla anche di cooperazione, concorso di persone, di energie, o di eventi e situazioni verso un medesimo fine o effetto.

La storia recente del nostro paese, presenta luci ed ombre in questo delicato settore. Complotti, congiure, cospirazioni in quanto tali hanno costellato la vita politica e parlamentare, ma mai assumendo i contorni propri di queste fattispecie. Come a dire “si fa ma non si dice” (refrain di una vecchia canzone).

Si avvertono segni di qualcosa di simile, in questi frangenti, nei quali la classe politica e la stessa pubblica opinione, stanno cercando di dare una valutazione articolata di quel che succede nel governo ed intorno ad esso? Presto per dirlo ed avere qualche riscontro.

Quel che invece appare icto oculi è l’uso disinvolto che apparenti o reali neofiti della politica e dell’azione governativa, come sono coloro chiamati a guidare il paese, facciano disinvoltamente uso di riferimenti che in passate stagioni sono servite a cambiare equilibri e a dare colpi al sistema, irridendo chi allora al governo gridava al complotto contro le istituzioni. Arma a doppio taglio dunque, della quale sarebbe opportuno non far uso o almeno fare uso discreto. Criticare, fare le pulci, è sintomo di vivacità democratica oltreché di rappresentanza di interessi.

Demonizzare ogni rilievo, accusare a destra e a manca di volontà di impedire il cambiamento, in modo preventivo e per ogni sussurro, rischia di rovesciarsi in negativo qualora le promesse altisonanti dovessero produrre risultati non all’altezza, contentini insomma ai programmi elettorali! Attenzione dunque al rischio che chi “di complotto ferisce, di complotto perisce (o rischia di perire)!

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