La parola della settimana

Soccorso
di Roberto Mostarda

La prima considerazione, amara, è che occorra parlare del termine di oggi, quasi abbia perso il significato che gli è proprio, nel tentativo di ristabilirne la forza e la vigenza. E’ una parola che non dovrebbe ammettere ambiguità, distinguo e strumentalizzazioni ideologiche o di propaganda. E’ una parola che fa parte della civiltà umana nella sua più alta espressione etica e pratica. Eppure se ne deve parlare per riaffermarne il valore.

Parliamo di soccorso. Indica l’aiuto, l’assistenza prestata a chi ha bisogno o a chi è in pericolo. Di fronte al rischio di perdita di vite umane la prima regola è intervenire perr scongiurare gli esiti negativi. Il soccorso si presta, lo si chiede. Esso riguarda una vasta congerie di possibilità, ma tutte convergono nel senso di un’azione dedicata a salvare vite umane. Può avvenire in montagna, sulle strade, in mare o in specchi d’acqua. Un po’ ovunque le attività umane o le scelte possano mettere in pericolo una o più persone. 

Il diritto penale, come spesso avviene interviene nell’indicare la fattispecie in cui esso non venga prestato. Si parla allora di omissione di soccorso: E’ un delitto commesso da chi, trovando abbandonato o smarrito un minore di anni dieci o una persona incapace di provvedere a sé stessa, ometta di darne immediato avviso all’autorità, o da chi, trovando un corpo umano che sia o sembri inanimato, o una persona ferita o altrimenti in pericolo, ometta di dare assistenza o di avvisare immediatamente l’autorità. Con valore concreto si indica ciò che si dà o si riceve come soccorso. 

Il momento presente, nella narrazione della nostra quotidianità, ci parla delle situazioni che si creano ormai da decenni nel Mediterraneo, dinanzi alle coste europee  del sud e in particolare del nostro paese. E’ il fenomeno dei migranti, di chi fugge per ragioni politiche od economiche dal proprio paese e tenta di raggiungere luoghi indicati come di salvezza. Potremmo ricordare l’affermazione dantesca “come sa di sale lo pane altrui” per delineare lo stato delle cose in molti angoli del continente ed ora in modo cogente anche in Italia, dove la protesta e la ribellione nei confronti degli sbarchi sta assumendo contorni sempre più difficili e sale lo scontro tra chi ritiene il soccorso inevitabile e doveroso e chi sta invece relativizzando il principio e facendo distinguo più ad uso politico e di consenso che per una reale distanza dai drammi che si consumano nelle acque che circondano la penisola. In sostanza sulla pelle degli immigrati si giocano sorti che nulla hanno a che vedere con essi e si strumentalizza il loro dramma. Gioverebbe ricordare che quello italiano è stato ed è in parte anche oggi, un popolo di emigrati e che la ricchezza etnica e culturale delle nostre contrade è spesso frutto di commistioni, ondate umane succedutesi nel corso dei secoli. Ricordare ad esempio le navi cariche di poveri connazionali accolti come appestati nel nuovo mondo dovrebbe indurci ad un atteggiamento più razionale e concreto che non di pura reazione di pancia quale si sta manifestando intorno a noi e sulla quale si accendono i confronti politici interni e con l’Europa. 

Si è osservato che chiudere porti e bloccare navi non fa onore al nostro paese e alla sua tradizione di ospitalità e che impedire gli sbarchi per farci sentire a Bruxelles è ben misera strategia se commisurata al rischio immanente dei barconi e delle navi in alto mare con il loro carico. Difficile non provare disagio per queste prove muscolari alle spalle di corpi macilenti, di donne, bambini spaventati e avvertire che siamo di fronte alla personificazione di una paura ancestrale dell’altro che rischia di riportarci indietro ai secoli bui e  lontano dalla civiltà della quale andiamo orgogliosi ma che si sostanzia di gesti, azioni, parole, norme dettate dal buon senso e dell’umanità. Il resto è politica, strategia e non sempre nel senso più nobile del termine.    

Il momento resta difficile e il consenso alle politiche di chiusura sembra cogliere sentimenti diffusi sino a ieri carsici e ora aiutati ad emergere da parole d’ordine e slogan che pensavamo di non ascoltare più, nel loro preconizzare valutazioni tra esseri umani. 

La forma di soccorso, per tornare alla parola scelta, e quella che più ci accompagna nella cronaca è certamente quella in mare. E qui, appare utile ricordare che di fronte al rischio di morte tra i flutti, per chi è costretto ad affrontare questa scelta radicale sono state scritte le leggi del mare, come la convenzione di Amburgo del 1979, che obbliga il soccorso di qualsiasi imbarcazione in difficoltà. Contravvenire a questa legge è un reato: omissione di soccorso, sia a livello nazionale e che internazionale. Tutte le altre valutazioni, perfino le politiche migratorie di uno stato sovrano sono secondarie rispetto all’obbligo stabilito da leggi internazionali. E, al di là e al di sopra del richiamo alla legge, vi è il valore del rispetto delle vite umane di chi si trova in oggettivo pericolo imminente di vita. E’ l’essere uomini civili e progrediti che si deve ribellare al voltarsi dall’altra parte. Neppure in tempo di guerra sui mari gli equipaggi delle navi affondate venivano lasciati al loro destino. Forse sarebbe il caso di riflettere su questo ogni tanto. Qualcosa vorrà pur dire, altrimenti torneremo all’ "homo homini lupus”, stadio dal quale nel corso di millenni l’umanità ha cercato di sollevarsi, con alti e bassi, ma con sempre maggior forza e chiarezza. 

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