La parola della settimana

Alibi
di Roberto Mostarda

La parola deriva dal latino alĭbi che indica «altrove». La prima considerazione che viene alla mente, riguarda il diritto penale, nel quale esso identifica un mezzo di prova indiziaria con il quale l’imputato o la persona indiziata di un reato mira a dimostrare la sua estraneità al fatto delittuoso in quanto al momento della consumazione del reato ascrittogli si trovava in luogo diverso da quello in cui il reato è stato consumato. Scorrendo la casistica e la storia spesso narrata anche in serie poliziesche, abbiamo allora che si presentare un alibi, si afferma di averlo o non averlo;si cerca di procurarselo o farlo fornire da altri. Qualche volta quello che si fornisce è a tutta prova, ossia un alibi. di ferro, ineccepibile che vero o costruito resiste ad ogni tentativo di smontarlo o provarne l’attendibilità o la rispondenza alla realtà.
Altro significato del termine è quello di scusa, di pretesto, di giustificazione per affrancarsi da un’assunzione di responsabilità, da un’incombenza. Si trovano così espressioni come cercare un alibi morale; o ancora crearsi dei falsi alibi.
Il riferimento alla realtà con la quale proviamo a misurarci impatta senza alcun dubbio con le azioni, e prima ancora e per ora con le parole, di molti esponenti del nuovo esecutivo giallo-verde come si usa definirlo in riferimento ai colori base scelti da Cinquestelle e Lega. Anche se, ad onor di verità, è costume che da sempre contraddistingue chi si trova al governo nel senso che dinanzi alle difficoltà, alla carenza di soluzioni, all’impossibilità di soluzione di un problema, spesso ci si trincera dietro spiegazioni che non spiegano e ricostruzioni che tendono ad alleggerire responsabilità o ruoli.
Tuttavia, poiché i se e i ma non portano lontano, occorre evitare di trovare alibi ai nuovi governanti sempre e comunque in azioni od omissioni di chi li ha preceduti. E’ un costume che può essere accettabile in campagna elettorale, mentre si cerca di trovare consensi su parole d’ordine semplici ed immediate; diviene inaccettabile e furbesco quando si hanno in mano le leve del comando e soprattutto si cominciano a comprendere nella realtà non sempre gradevole sia l’entità dei problemi sia le difficoltà per affrontarli. E’ da qui dunque che bisogna partire per capire che cosa ci attende nei prossimi mesi ed anni del nuovo esecutivo (ammesso che la sua vita sia lunga e non travagliata tra i due alleati)
La prima constatazione è che in questa fase di approccio e di conoscenza diretta di molti nodi e criticità, la tentazione forte sia quella di rimandare al passato e di cercare in esso le giustificazioni alla difficoltà di affrontare il presente. Ma questo contrasta con la volontà di cambiare, rinnovare, mutare propria delle indicazioni elettorali sulle quali si è cercato e ottenuto il consenso. Così come il corollario del “fateci lavorare” “dobbiamo superare quello che abbiamo trovato”, come se tutto fosse sempre sfracelli e complicazioni e non la constatazione dell’esistente e di un diverso approccio ad esso.
L’alibi, in sostanza, e il rischio connesso è quello di cercare di non affrontare realmente i problemi, di parlarne anche troppo, ma senza intaccarli rifacendosi alle responsabilità altrui. Fare ammuina, fare cortina fumogena per confondere e non far vedere subito e con chiarezza come si intende procedere.
Uno status che si riscontra in questa prima parte di legislatura soprattutto tra i cinquestelle, certamente meno avvezzi all’esercizio del potere reale e non certamente competenti se si escludono alcune figure dell’esecutivo. Una condizione che sta creando non pochi malumori tra elettori e sostenitori, come dimostrano le recenti amministrative, per la distanza tra affermazioni programmatiche e azioni concrete.
A contraltare l’attivismo del leader leghista che potrebbe apparire logica conseguenza delle promesse elettorali (sulla falsariga di quanto abbiamo visto negli Usa con Trump) e il suo attaccare a testa bassa quelli che ritiene i responsabili, non è quello che sembra. Rischia anch’esso di mutarsi in alibi. Pensare infatti di risolvere l’emergenza migranti con la chiusura dei porti è e resta un alibi, soprattutto sulla pelle di chi si affida al mare per salvarsi la vita. E questa stessa pelle si utilizza per alzare il prezzo in Europa chiedendo una nuova politica. Azione certamente efficace e furba, ma facile alibi per non applicare quelle soluzioni adottate dal predecessore al Viminale che per espresso riconoscimento ha ridotto senza misure plateali gli sbarchi e gli arrivi. Dopo il colpo ad effetto, occorre che arrivino scelte concrete, efficaci, e realistiche. Ridurre o impedire l’azione delle Ong significa ed è bene che si sappia caricare sulle spalle delle forze militari e della guardia costiera, l’onere del salvataggio in mare. E questo proprio a carico dei contribuenti che spesso sono anche coloro che al bar o in ufficio si dicevano a sostegno delle misure di chiusura adottate. Realizzando la mirabile condizione di essere “cornuti e mazziati”, come si diceva con colorita espressione gergale. E con l’aggravante di esserne contenti e convinti sostenitori! Dunque realismo e rifuggire da comodi alibi che divengono viatico per facili fughe dalla responsabilità che un fenomeno come quello descritto continuerà ad imporci, appare una via più coerente e adeguata. Chissà se verrà imboccata.

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