La parola della settimana

Popolo
di Roberto Mostarda

I primi passi del nuovo governo, nato dopo le tese giornate del primo tentativo del premier Giuseppe Conte e l’ostacolo della scelta del prof. Savona all’economia, e frutto di un raffreddamento delle minacce di impeachment per il presidente della Repubblica e lo spostamento del contestato ministro agli affari europei, si sono svolti all’insegna dei riferimenti al “popolo”.

Prima lo stesso Conte si è impegnato ad essere l’avvocato del popolo dimenticando che essendo presidente del Consiglio rappresenta il paese, poi il leader e oggi vice premier Di Maio ha esultato e esortato i suoi a sostenere il governo affermando “il popolo siamo noi” quasi ad indicare che chi non è con loro non è il popolo, anche lui dimenticando che il 70 per cento dei votanti si è espresso con il 32 per cento ai cinquestelle e dunque esiste una quota significativa di italiani che non hanno votato (più meno la percentuale dei penta stellati) e che di coloro che hanno votato essi rappresentano il 30 per cento, del 70 per cento appunto.

Dunque simili affermazioni appaiono quanto meno improvvide e forse frutto di un’esaltazione momentanea per l’esecutivo appena varato. Altrimenti si qualificherebbero come parole d’ordine ben più gravi se il “popolo” da lui evocato fosse separato dal resto della popolazione quasi ad incarnarne l’unica legittimazione: di qui sono nati e si sono sviluppati i totalitarismi!

Vediamo allora che cosa indica il termine suddetto. In generale, si indica con esso il complesso degli individui di uno stesso paese che, avendo origine, lingua, tradizioni religiose e culturali, istituti, leggi e ordinamenti comuni, sono costituiti in collettività etnica e nazionale, o formano comunque una nazione, indipendentemente dal fatto che l'unità e l'indipendenza politica siano state realizzate.

Nella terminologia giuridica, per popolo si intende il complesso degli individui cui sono attribuiti i diritti di cittadinanza nello stato. Secondo la Costituzione italiana (art. 1), la sovranità appartiene al popolo, inteso questo come l'insieme di tutti i cittadini, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali; essa però non è esercitata direttamente (salvo che per il referendum), ma indirettamente attraverso gli organi cui la Costituzione stessa attribuisce la rappresentanza.

Con popolo nel tempo si è anche inteso il complesso dei cittadini che vivono in uno stato e costituiscono la parte più numerosa, più importante della nazione, in contrapposizione (esplicita o no) ai ceti o alle istituzioni dominanti (lo stato stesso, il governo, il clero, la nobiltà, la borghesia). Pensiamo al senato e al popolo  romano. Nei regimi democratici il popolo è il titolare e il soggetto attivo della sovranità

In termini politico sociali come popolo si è indicata spesso la parte di una comunità, di una nazione, che vive in condizioni economiche, sociali e culturali modeste, arretrate e in senso più specifico, l’insieme dei cittadini che costituiscono la classe sociale più numerosa ma economicamente più svantaggiata; in particolare nella concezione marxista, la classe che detiene la forza-lavoro (sinonimo  quindi di proletariato e di classe operaia), in contrapposizione a quella che detiene i mezzi di produzione.  In questi casi si assiste ad una politicizzazione partigiana del significato della parola creando distanza e contrasto tra fasce sociali della stessa popolazione.

Nei comuni medievali italiani, la designazione di popolo fu data talvolta alle organizzazioni di cittadini reclutati su base professionale (come le corporazioni) o territoriale (come le società nelle quali si raggruppavano gli abitanti di quartieri e simili). In alcuni centri urbani le associazioni di popolo si affiancarono agli organismi del Comune, giungendo in alcuni casi a soppiantarli nelle loro funzioni.

Come sempre, il valore interpretativo di una parola si deve guardare attraverso la lente della storia per capirne la portata e analizzando in che modo i concetti e i valori che con essa si identificano si sono evoluti. Nel nostro occidente democratico, pur tra contrasti e divisioni, dopo la tragedia totalitaria del secolo scorso, nessuno si sogna di parlare di un “popolo” in contrasto con un “altro” all’interno dello stesso ambito nazionale. L’evoluzione dei paesi e degli stati ha funzionato nella stragrande maggioranza in direzione di una omogeneizzazione pur con differenze e particolarità etniche, culturali, tra le componenti sociali e il riferimento al popolo ha riguardato l’intero consesso sociale. Un risultato che sarebbe tragico annullare o soltanto alleggerire, facendo risorgere “elite” autoreferenziali che si definiscano il “vero” popolo in contrasto con il resto della nazione. Sarebbe il primo passo di ben peggiori distinguo!

E’ auspicabile e prudente ritenere che nulla di tutto questo abbia fatto parte del pensiero del leader politico del M5S e che non alberghi neppure tra i suoi sostenitori, soprattutto considerando che il suo essere vice presidente del Consiglio lo pone al vertice della rappresentanza dell’intero popolo italiano per il quale è stato chiamato a governare. L’unità della nazione è un valore costituzionale inviolabile al quale con intuito si è adeguato progressivamente anche il leghista Salvini, un tempo sostenitore della separazione e della divisione del popolo italiano.

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