La parola della settimana

Notaio
di Roberto Mostarda

Partiamo dal dizionario per comprendere la natura del riferimento con il quale il presidente della Repubblica ha voluto sottolineare e precisare il suo ruolo in relazione alle trattative in corso tra Lega e Movimento  Cinquestelle per dar vita ad un nuovo governo dopo il terremoto politico del 4 marzo.

Il notaio, dunque è un pubblico ufficiale che ha la funzione di ricevere gli atti tra vivi e di ultima volontà, attribuire loro pubblica fede, conservarne il deposito, rilasciarne copie, certificati ed estratti: riveste la volontà delle parti di forza autentica e talora anche esecutiva. In Italia l’ufficio di notaio si assume in seguito a concorso per esame. L’atto ricevuto da notaio è detto pubblico o autentico e costituisce titolo esecutivo relativamente alle obbligazioni di somme di denaro in esso contenute. Il notaio è pure competente a ricevere atti di notorietà in materia civile e commerciale, dichiarazioni di accettazione di eredità con beneficio d’inventario e di autorizzazione di minori al commercio; a levare protesti cambiari; può essere delegato ad apporre o rimuovere sigilli, compilare inventari, e anche ricorsi di volontaria giurisdizione riguardanti le stipulazioni affidategli dalle parti. L’attestazione notarile non si può impugnare se non con querela di falso.

Il termine deriva dall’antico latino notarius (derivazione di nota) e indica «chi prende annotazioni durante un discorso», e detto nel latino tardo «scrivano» al servizio di privati o della pubblica amministrazione. La figura del notaio, con funzioni analoghe a quelle attuali, comincia a delinearsi nel tardo medioevo, ma si afferma pubblicamente solo dopo l’11° sec., con il riconoscimento giuridico degli atti da lui rogati, con l’istituzione, dal sec. 13°, dell’arte notarile come materia d’insegnamento universitario, e soprattutto con la presenza pubblica del notaio nei comuni medievali, nei quali è attribuita a lui la competenza di redigere tutti i documenti. 

La notorietà, per così dire, che il capo dello Stato ha dato alla parola in questi giorni, ha avuto un evidente significato in negativo, avendo sottolineato come le funzioni attribuite dalla Costituzione al Presidente della Repubblica, ancorché manifestate dalla sua firma sotto gli atti aventi forza di legge promulgati dal Parlamento, non sono quelle di un puro e semplice notaio, di un soggetto cioè che prende atto delle volontà altrui dando loro forza e contenuto formale.

Le difficoltà insite nella nuova fase politica italiana hanno convinto infatti Mattarella a vedere il proprio ruolo non tanto come arbitro, ma come garante che gli atti e le decisioni assunte in sede politica e governativa, siano tali nell’ambito delle leggi costituzionali e comunitarie alle quali il nostro paese è ancorato e nelle quali trova legittimità internazionale.

Lasciando cioè un habitus fatto più di silenzi che di proclami e mutuando il valore maieutico e costruttivo che ha contrassegnato alcuni suoi predecessori, anche il capo dello Stato sta interpretando un ruolo fatto di richiami alle leggi e di adesione ai principi della Carta fondamentale nel quale si avverte il forte ancoraggio al ruolo di giudice costituzionale che lo pongono in una diversa posizione rispetto ad attori più politici e che ne garantiscono la precisa e fedele aderenza alle norme.

Con in più qualcosa di molto rilevante. Il ricordo infatti di Luigi Einaudi che non accettò supinamente nei primi anni della Repubblica i dettati delle forze politiche dell’allora maggioranza dc e impose la sua visione nella scelta del presidente del Consiglio. Un riferimento di alto monito e di alto contenuto. Spesso infatti i tumultuosi anni politici che ci hanno portato a questo tornante della storia nazionale, con partiti euroscettici e populisti probabilmente al governo, nonché alcune tentazioni maggioritarie naufragate nell’ultimo referendum, hanno fatto dimenticare una semplice (quasi banale, ma non certo secondaria) verità: nella nostra costituzione non esiste la figura del premier indicato dai partiti vincitori o chiamati a formare un esecutivo. Essi possono dare indicazioni al Quirinale, ma spetta solo al suo inquilino la decisione che può anche essere difforme e non coincidente con gli interessi politici e piuttosto legata a quelli più alti della nazione e del popolo italiano. 

Quindi tutt’altro che posizione notarile quella riaffermata dal presidente che rappresenta più di ogni altro l’unità della nazione, concetto non astratto ma fortemente radicato in comportamenti e decisioni che devono tenere conto dei valori in gioco. Accanto a questo paletto, Mattarella ha poi posto quello dell’art. 81 della Costituzione. che recita: “lo Stato assicura l'equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico”, ossia la regola del pareggio di bilancio e dell’equilibrio finanziario tra entrate e uscite. Anche in questo caso, non un semplice richiamo di prammatica, ma un fermo monito sulla necessità di rispetto della regola, dinanzi a proposte  e scelte in materia economica che, se non attentamente meditate, rischierebbero di far saltare i conti dello Stato e avere riflessi drammatici sulla quotidiana vita di tutti gli italiani!

Per chi si accinge a governare il paese o almeno a provarci, si tratta di snelle ma determinate linee guida che, siamo sicuri, dal Quirinale verranno monitorate e fatte rispettare in tutte le future fasi dell’evoluzione politica e parlamentare nazionale! 

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