La parola della settimana

Cerchiobottismo
di Robert Mostarda

E’ singolare che a settant’anni dalla storica ed epocale vittoria elettorale di De Gasperi e della Dc, il nostro paese si trovi ad una svolta, nuovamente a suo modo storica, nella quale si assiste all’eclissi di ogni riferimento politico del passato e alla prevalenza di nuovi modi di far politica interpreti di una sostanziale disillusione, di un distacco popolare nei confronti delle istituzioni rappresentative. Un passaggio rilevante soprattutto per saggiare lo stato di salute del sistema democratico e la sua capacità di resistere a venti populisti, plebiscitari e a sirene palingenetiche foriere soprattutto di nuove complessità e criticità.

Singolare, dunque, perché ci si trova di fronte a qualcosa di talmente nuovo da essere assolutamente e autenticamente antico! Parliamo di quell’atteggiamento tipico di molte stagioni della nostra democrazia, che va sotto il nome di cerchiobottismo. Un termine composto derivato come si comprende di cerchio e botte, e che richiama l’espressione figurata del “dare un colpo al cerchio e uno alla botte” in senso ironico o sarcastico, ossia il preservarsi qualsiasi possibilità di uscita, senza mai decidere realmente e appoggiando ora l’una ora l’altra delle possibilità che si manifestano.

Una parola che ha raggiunto la sua massima esplicazione nel linguaggio del giornalismo politico, dove si qualifica appunto nella tendenza a non prendere mai una posizione netta, a mantenersi in precario equilibrio, senza compiere una scelta precisa, prendendo il partito ora dall’una ora dall’altra parte.

E’ forte la sensazione davanti allo srotolarsi della crisi politica di intravedere il segno preciso di questa attitudine da tutti vituperata ma al tempo stesso strumento di consolidata strategia e tattica politica. Tanto più stupefacente se misurata con il piglio decisionista e a volte apodittico di molti degli attuali leader di forze politiche e di movimenti attualmente in Parlamento.

E sì, perché quello al quale assistiamo giorno dopo giorno, è un vero balletto e un gioco degli equivoci. Tra dure affermazioni contro qualcuno e giravolte in altri ambiti, nessuno sembra avere una posizione precisa e stabilizzata. Le consultazioni sono già andate oltre il limite della prassi e della logica e stanno consegnando al presidente della Repubblica un quadro non molto confortante. Nessun passo avanti sembra compiersi infatti tra coloro che reclamano a buon diritto una primazia nelle decisioni verso un nuovo esecutivo, ma che da soli non possono muovere in questa direzione. Si richiederebbe allora una consumata capacità di mediazione e di composizione ben sapendo che soltanto attraverso accordi, intese e bilanciamenti potrebbe essere possibile sciogliere i nodi. Se nessuno ha la maggioranza e se la fotografia parlamentare non da risposte certe in questa direzione, le uniche vie percorribili sono o quella di una nuova chiamata alle urne chiedendo ai cittadini di togliere le castagne dal fuoco, oppure un accordo su punti condivisibili di un programma se non di ampio respiro quanto meno in grado di attaccare alcune delle criticità più forti che il paese presenta e che ne ipotecano sviluppo e ripresa.

Barcamenarsi, giocare a rimpiattino, pensare che alla fine i voti si trovano alle Camere nel più inveterato costume trasformista ci consegna una classe politica che di nuovo ha solo la preponderanza di volti giovanili. Ogni giorno che passa allontana sempre più le possibilità di una composizione positiva e rischia di far aumentare divisioni, veti, aut aut, ostracismi di varia natura. Tutto cioè meno che il perseguire l’interesse nazionale del paese che si è chiamati a rappresentare.

Tra le singolarità di questa stagione vi è certamente l’apparente duopolio tra Cinquestelle e Lega e ancor più singolare l’abito istituzionale e di responsabilità che sembra caratterizzare il leader leghista a confronto con una spregiudicatezza tanto più rischiosa, quanto perfettamente aderente all’humus dei pentastellati da parte dell’aspirante premier. Il primo non manca occasione per affermare passi indietro per garantire la governabilità, il secondo sembra indicare la governabilità con se stesso, quasi novello re sole.

Intorno il balletto degli altri comprimari, dai democratici che non sapendo come scegliere e per quale direzione vivono di rimessa e di difesa dei confini, al leader di Forza Italia che avvertendo una tendenziale marginalizzazione si dà da fare per rompere le uova nel paniere ad entrambi ma depotenziando in realtà soprattutto l’alleato leghista.

In sostanza, si assiste a un gioco al rimpallo, ad un colpo al cerchio e uno alla botte, appunto per tirar tardi e vedere quel che succede. Per il Quirinale gli spazi di manovra appaiono molto labili e non numerosi. Tra questi immaginare un esecutivo istituzionale che costringa i contendenti a trovare la quadra spingendoli a trattare e a superare veti reciproci e continue rivalità. In pratica un azzeccagarbugli manzoniano che provi a districare l’intricata matassa evitando che si avvolga sempre più su se stessa ingigantendo anche i nodi che prima non sembravano insuperabili.

Una sfida per la quale è difficile anche immaginare possibili figure condivise e una prassi che sembra per molti richiamare i governi succedutisi dal 2011 ad oggi e che per molti versi sono stati all’origine delle attuali difficoltà politiche in senso ampio avendo avuto come risultato certo non auspicabile l’accentuarsi delle spinte antisistema e populiste. Oppure prendere atto che soltanto dai cittadini può arrivare un’indicazione. Un atto che se appare logico e rispettoso democraticamente, è certo anche una pesante sconfitta per la politica nel suo insieme!

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