La parola

Coalizione
di Roberto Mostarda

Patti chiari... amicizia lunga! Un antico adagio, frutto di esperienza di vita, un insegnamento che non ha bisogno di molte spiegazioni tale è la sua chiara evidenza e il suo significato. Di origine proverbiale, il detto vuole sottolineare che è sempre buona norma chiarire bene le condizioni di un accordo, in modo che poi non insorgano sorprese o contestazioni. Ovvero si dice di chi vuole mettere in chiaro le cose da subito, onde evitare spiacevoli sorprese.

Non vi è dubbio che un’analisi anche sommaria della vita politica italiana soprattutto negli ultimi due decenni, mostri una fotografia stentorea di come quell’antico detto sia rimasto inascoltato e negletto. Al punto che è divenuto obsoleto e fastidioso chiunque abbia richiamato al rispetto dei patti sottoscritti e degli accordi raggiunti. In ogni tempo e in ogni circostanza abbiamo assistito non tanto e non solo a cambi di casacca, ma a precise e clamorose giravolte in termini politici e sui temi di maggiore impatto e valore. Quindi, nella nostra politica il pacta sunt servanda su cui si fondano la diplomazia e il diritto internazionale e il costume nazionale, non è mai stato troppo di attualità. Surclassato da flessibilità, trasformismo, camaleontismo e chi più ne ha più ne metta.

Ecco allora che la parola di questa settimana deve misurarsi per il suo significato, proprio con questo humus, questo comune sentire che fa parte del costume nazionale. Il termine è coalizione, vocabolo di provenienza inglese e francese nell’evo moderno, ma direttamente discendente dal latino medievale coalitio, ovvero «riunione», derivato a sua volta dal verbo coalescĕre che indica l’ «unirsi insieme».

In senso ampio si intende con esso l’accordo, l’unione, l’intesa, più o meno temporanea, fra uomini politici, e specialmente fra gruppi o partiti per la formazione di un governo (detto appunto di coalizione) che raggiunga la maggioranza e operi secondo un programma concordato insieme. Vari e differenziati i possibili significati e attribuzioni. Così si parla di coalizione di forze democratiche, di forze moderate, di centrosinistra, di centrodestra oppure, per estensione, di coalizione governativa per intendere l’insieme dei partiti che costituiscono il governo).

In campo internazionale, il termine indica ogni accordo fra più stati che s’impegnano a collaborare per la difesa comune o per una comune azione di guerra. Abbiamo così visto le coalizioni repubblicane, quelle antinapoleoniche ossia leghe stipulate da varie potenze europee contro la Francia rivoluzionaria prima, l’Impero napoleonico poi. E così via nel corso dei secoli sino ai nostri giorni, pensiamo alla coalizione dei volenterosi in Iraq e ad altre diversificate forme riscontrate sul campo.

Anche in economia e in diritto si parla coalizioni di imprese, di coalizioni economiche intendendo con esse le varie intese che le imprese concorrenti di qualsiasi tipo, appartenenti a uno o a più paesi, possono stipulare, vincolando più o meno ampiamente e durevolmente la propria attività al fine di conservare o accrescere il loro potere di mercato. Esistono anche quelle di lavoro, ovvero azioni concertate e dirette di un certo numero di lavoratori o d’imprenditori (in genere mediante ricorso allo sciopero e rispettivamente alla serrata), per la difesa o l’affermazione di un diritto o di un interesse professionale, rivolta sia alla parte contrapposta sia alla pubblica autorità. Più in generale si parla di coalizioni indicando un gruppo di persone unite contro qualcuno (dunque coalizzate).

Proprio quest’ultima accezione ci riporta all’assunto iniziale. Ovvero se per coalizione si deve intendere il mettersi insieme per qualcosa o per converso l’allearsi contro qualcuno! Difficile dire dove si situi il confine peraltro labile tra queste due specifiche essendo evidente che l’unirsi insieme per qualche cosa comporti spesso l’agire contro o oltre la volontà di qualcun altro.

Il quadro politico italiano seguito alle elezioni del 4 marzo scorso ci prospetta nella sua indeterminatezza uno spettro ampio di possibilità. Dall’assenza o negazione della coalizione, passando per coalizioni altamente improbabili, necessitate ma subite, a forme totalizzanti che perciò stesso sono la negazione del significato di coalizione e infatti vengono spesso indicate con altre terminologie: governi di salute pubblica, governi del presidente, governi tecnici e via dicendo. Tutti esempi ampiamente riscontrati e riscontrabili nella ricca casistica nazionale sia nella prima che nella seconda e, lo vedremo in futuro, nella cosiddetta terza repubblica.

Quel che appare evidente è che a prevalere sinora, in termini politici, sono state più spesso coalizioni (o conventio) ad excludendum che dirette a favorire la più ampia partecipazione. Ossia alleanze, intese, accordi tra alcuni ma dirette contro altri o con l’intento precipuo di impedire, sbarrare la strada a qualcun altro o ad altra coalizione. Frutto della spinta irrazionale ma storica del nostro paese a radicalizzare le posizioni, a dividere piuttosto che ad unire, anche soltanto per attuare qualcosa che sia a vantaggio di tutti. Ecco allora che il senso di responsabilità richiamato dal capo dello Stato nei confronti di vincitori e vinti delle elezioni, va interpretato non nel classico e scontato invito a collaborare, ma piuttosto nel cercare di trovare elementi che uniscano e non dividano e su di essi costruire per quanto possibile intese o coalizioni che abbiano un senso compiuto e condiviso. Accadrà? Siamo avvezzi da troppo tempo a non nutrire soverchie speranze e a saper intravedere invece le forme degenerative definite di inciucio, di pasticcio e via dicendo! Ma il futuro potrebbe riservarci sorprese! Chi vivrà... vedrà, dunque!

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