Cubo di Rubrick

E’ la parola che si riscontra di più in molti commenti e in molte analisi dopo le elezioni di domenica scorsa.

rebus
di Roberto Mostarda

E’ la parola che si riscontra di più in molti commenti e in molte analisi dopo le
elezioni di domenica scorsa.
Cerchiamo di capirne significato e storia. Rebus, dunque. Il termine viene dal latino e
deriva da res, ossia cosa! La prima cosa che viene alla mente è il gioco enigmistico
che consiste nel presentare un soggetto da indovinare, per mezzo di segni o figure
talvolta note musicali. In senso figurato si intende la parola, la frase, il contesto che
non si riesce a interpretare e comprendere, questione o situazione (o anche persona)
complicata, difficile a capire o a risolvere.
Il rebus italiano contemporaneo si presenta come una vignetta in cui alcuni soggetti
sono contrassegnati da una, due o tre lettere. Il solutore ha anche a disposizione
(nell’intestazione del gioco) un diagramma numerico che riporta il numero delle
lettere che compongono le parole della cosiddetta frase risolutiva (o seconda lettura).
A volte il rebus viene corredato da un doppio diagramma, in cui è indicato il numero
delle lettere che compongono le parole della chiave (o prima lettura).
Il gioco del rebus ha radici nelle antiche forme di scrittura pittografica e ideografica
in cui la notazione di un concetto prevedeva la sua rappresentazione figurativa: forme
che a volte sono state designate dagli storici della materia come scritture-rebus. Già
in epoca antica era possibile che elementi linguistici privi di una propria
raffigurazione univoca, come per es. i nomi propri, venissero scomposti in segmenti
invece raffigurabili. Così la tavoletta che raffigura il faraone Narmer (III millennio
a.C.) lo nomina attraverso i disegni di un pesce (nar) e di uno scalpello (mer).
Il passaggio alla scrittura alfabetica decretò l’abbandono dell’iconismo diretto della
rappresentazione, ma d’altro lato rese ancora più evidenti le possibilità di
scomposizione delle sequenze alfabetiche.
Il principio linguistico della sciarada (scomposizione di un’espressione in sillabe o
altre unità che si scoprono dotate di senso proprio) e il principio verbo-visivo del
rebus (rappresentazione iconica di unità linguistiche) si trovano combinati anche

nell’immediato antecedente del rebus: l’impresa rinascimentale. Del rebus l’impresa
ha innanzitutto l’intento criptico: a differenza degli emblemi manieristi e barocchi,
rivolti a un pubblico anche analfabeta (e per questo intento ripresi anche dalla
catechesi gesuitica), le “imprese” realizzavano una comunicazione criptica. Il loro
carattere non era universale, ma particolare: intendevano rappresentare in modo
incomprensibile ai non adepti l’intenzione segreta, il movente intimo delle azioni di
un cavaliere, il suo motto personale o familiare.
Oltre al meccanismo perfettamente concettuale dell’”impresa” era disponibile una
rappresentazione per segmenti linguistici. Una prima forma, moderata, segmentava le
sequenze conservando l’omofonia (ossia lo stesso suono pur con significati diversi)
Diverso invece, e spesso censurato dai trattatisti, il genere dell’impresa-
rebus o impresa cifrata, in cui la sequenza viene scomposta in segmenti che
comprendono lettere isolate e in cui l’omofonia è perduta, o faticosa.
Già dal Rinascimento la produzione italiana di rebus si è differenziata da quella in
altre lingue, pur fiorente, per il fatto di accogliere solo esempi rigorosamente
omografici. Nella tradizione anglosassone (come nella francese), il soggetto
raffigurato può stare per una parola o per un segmento di parola anche solo in virtù
dell’omofonia. Nel corso dell’Ottocento il genere del rebus era impreziosito ma
anche limitato nelle sue possibilità di sviluppo dal costo della riproduzione
tipografica. Rispetto alle sciarade, ai logogrifi, agli acrostici, agli anagrammi, agli
enigmi e agli altri generi puramente linguistici dell’incipiente enigmistica, il rebus
richiedeva procedimenti di stampa peculiari, che ne limitavano la presenza sulle
riviste.
Più recentemente il relativo esaurimento delle chiavi utili alla composizione di rebus
si è combinato con l’elevato virtuosismo degli autori e degli illustratori, portando alla
pubblicazione di difficili rebus in cui la prima lettura consiste in un’interpretazione
particolarmente raffinata (e a volte al limite dell’aleatorio) della vignetta.
Se chi legge ha seguito e compreso è una buona notizia. Altrimenti il senso compiuto
del rebus è come si dice filosoficamente “in re ipsa” ossia nelle cose stesse per
tornare all’origine linguistica.
E, tornando alle cose di casa Italia, i dati elettorali emersi dal voto politico si
manifestano ne più ne meno come gli elementi e i fattori di un vero e proprio rebus
enigmistico, ponendo all’osservatore la sfida dell’interpretazione e la ricerca di un

senso compiuto e, soprattutto, di una soluzione! Unico dato certo, siamo dinanzi ad
interrogativi che riguardano e riguarderanno il futuro del nostro paese, la sua
governabilità, la sua stabilità, la sua economia, il suo ruolo nel contesto
internazionale! Per decenni abbiamo assistito alla vittoria di tutti, chi per un verso chi
per una altro e alla scomposizione e ricomposizione del quadro politico.
Oggi dopo la fine della cosiddetta prima e poi seconda repubblica, siamo di fronte ad
una stagione nuova e diversa. Il chi vince governa appare infatti tanto chiaro quanto
irrealizzabile e pone dinanzi alla necessità di trovare una soluzione non facile e
neppure così intuitiva stante la volontà espressa da tutti i contendenti di non volersi
coalizzare con altri. Ci sono dunque tutti gli elementi caratteristici, criptici e palesi, di
un rebus in piena regola. A scioglierlo non saranno enigmisti o appassionati, ma una
classe politica che si trova dinanzi ad un primo e complesso nodo: stabilire con
chiarezza che cosa essa rappresenta e come, in un paese certamente mutato nel tempo
e alla ricerca di un equilibrio, ma dove nulla è come appare e nulla come si vorrebbe
secondo interpretazioni classiche ma ormai desuete!

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