La parola della settimana

Rimborso
di Roberto Mostarda

E’ sempre una nota dolente occuparsi di un tema simile. Il restituire qualcosa, infatti, risulta spesso poco gradito, ancorché giusto o necessario. E, certamente, impegnarsi solennemente come elemento di diversità ontologica e politica a restituire parte dei propri emolumenti e non farlo, appare in linea con questo che potremmo definire  “disagio”. Solo che per il movimento grillino quanto sta accadendo in queste settimane è molto grave e dimostra che per essere “diversi” dagli altri lo si deve essere veramente e non cedere dinanzi alle corpose entrate di chi occupa un seggio in Parlamento. Altrimenti la sbandierata diversità appare solo un comodo e furbo escamotage per farsi credere da chi vuole o per intortare chi non capisce!

La parola, questa settimana è dunque, rimbórso, e con essa si indica l’azione di rimborsare, il fatto di venire rimborsato di quanto si è speso, e la somma stessa rimborsata. In economia e in finanza, si parla di rimborso di titoli, l’azione di riscatto, graduale o a una determinata scadenza, di titoli pubblici e privati mediante pagamento al possessore di un importo; di rimborso alla pari, il modo di estinzione di titoli pubblici e privati che obbliga l’emittente a pagare una somma uguale al valore nominale del titolo; o ancora di rimborso su banca, la forma d’intervento bancario nelle operazioni di pagamento degli affari di compravendita per la quale il venditore si rivale del credito corrispondente all’importo della merce venduta mediante emissione di tratte a carico di una banca, per conto e rischio del compratore; in materia cambiaria si dice azione di rimborso, quella con cui si esercita il regresso per conseguire da uno dei precedenti obbligati (in genere, girante) il rimborso di quanto egli ha pagato in luogo del debitore cambiario inadempiente.

Di rimborso si parla anche in diritto tributario, cioè procedimento attraverso il quale si restituiscono al contribuente tributi (in tutto o in parte) non dovuti in precedenza (debitamente o indebitamente) versati. La causa principale  è l’indebito versamento che si realizza nel momento in cui la somma assolta a titolo di tributo non è dovuta. Il versamento indebito può derivare da varie cause, attinenti alla norma impositiva (quali la dichiarazione di incostituzionalità, la mancata conversione del decreto legge in legge, l’abrogazione retroattiva, l’incompatibilità comunitaria) o relative alla non corretta applicazione delle norme tributarie da parte del contribuente o dell’amministrazione finanziaria (errore del contribuente in dichiarazione o nella liquidazione del tributo, atto illegittimo di accertamento o di riscossione dell’amministrazione finanziaria). Vi sono poi casi non collegati a versamenti indebiti (o almeno non originariamente indebiti), che si giustificano sulla base di particolari meccanismi impositivi tipici di alcuni tributi come l’IVA o sulla base della disciplina della riscossione anticipata.

Per tornare alla riflessione iniziale, appare evidente come le azioni rivendicate dai grillini non rientrino in nessuna delle fattispecie suddette a meno di non modificare i principi della Carta. L’intento in sé condivisibile di restituire parte dei propri emolumenti quali parlamentari si infrange infatti con le garanzie (giuste o criticabili che siano) previste per chi esercita funzioni elettive parlamentari. Siamo cioè in un terreno di iure condito e non in una fase costituente di iure condendum. Dunque le regole vanno rispettate per quello che sono. Altro discorso il contenere i costi delle Camere e con essi anche quanto intascano i parlamentari nell’esercizio delle loro funzioni, argomento che potrà sempre essere affrontato in sede di riforma costituzionale se mai un simile argomento potrà arrivarvi. Neppure i cinquestelle hanno infatti ritenuto di incardinare la questione  nell’unico modo possibile: un disegno di legge costituzionale di riforma.

Questo, ovviamente, senza considerare che i suddetti rimborsi tanto sbandierati hanno riguardato una parte minima delle retribuzioni e non l’impianto delle stesse e che in molteplici casi tali rimborsi non sono stati neppure onorati! Quel che colpisce ancor di più, poi, è la qualità delle spese con le quali i “rimborsi” elettorali dei parlamentari vengono utilizzati. Qui la fantasia è padrona e si passa dall’acquisto di quantità monstre di oggetti di cancelleria a pantagruelici impieghi di risorse per nutrirsi e via dicendo per carità di patria. E pensare che nell’età d’oro del grillismo del vaffa, quanto la voce del guru era la sola venne ribadito a chiare lettere nel comunicato politico n.45 del blog che ogni eletto del movimento “percepirà un massimo di 3 mila euro di stipendio e il resto dovrà versarlo al Tesoro e rinunciare ad ogni benefit” previsto dalle Camere. Giova ricordare a puro titolo di esempio che gli emolumenti complessivi dei parlamentari eletti oscillano su cifre di decine di migliaia di euro mensili e che per l’amministrazione di Montecitorio e Palazzo Madama sono 2 mila gli euro medi dei quali si chiede la rendicontazione ad ogni parlamentare. Inutile sottolineare che chi lo ha fatto, cioè restituendo, lo ha fatto per cifre risibili a cospetto delle entrate e soprattutto rimanendo molto lontano, al di sopra ovviamente, della cifra moralizzatrice che Grillo aveva indicato nei tempi del grillismo rampante perché fuori dalle istituzioni. Oggi sembra invece che a prevalere sia piuttosto il consueto, italico giustificativo di spesa: tengo famiglia! Declinato ovviamente secondo le sensibilità proprie di ognuno, nel rispetto delle libertà democratiche!

“Diversità” politica, dunque, vo’ cercando che .... è sì cara! Parafrasando il versetto del primo canto del Purgatorio di Dante Alighieri.

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