La parola della settimana

Razzismo
di Roberto Mostarda

È un termine certamente difficile, ed evocatore di periodi della storia umana nei quali l’uomo ha ritenuto di poter definire i suoi simili sulla base della propria appartenenza a gruppi che oggi definiremmo etnici. Periodi che riportano ad eventi tragici, di sopraffazione, di brutalità che sarebbe persino eufemistico definire inumani. Spesso sentiamo definizioni che avvicinano questi comportamenti a quelli animali. Solo che gli esseri viventi del mondo animale seguono codici istintuali e regole che la natura ha affidato loro da milioni di anni. L’uomo, al contrario, che si vuole destinato a “virtute e canoscenza”, dunque alla consapevolezza della sua esistenza, nell’assumere tali comportamenti nega in radice la sua stessa intelligenza. Intelligenza che è fondata sulla comprensione e sul confronto con l’altro, non con la definizione, a volte reciproca, in base a connotazioni e caratteristiche che non hanno fondamento né concettuale né scientifico. 

Sul dizionario si legge che la parola scelta indica ogni tendenza, psicologica o politica, suscettibile di assurgere a teoria o di esser legittimata dalla legge, che, fondandosi sulla presunta superiorità di una razza sulle altre o su di un'altra, favorisca o determini discriminazioni sociali o possa arrivare al genocidio, ossia alla volontà di sopprimere un’altra razza. O ancora si parla di qualsiasi discriminazione esacerbata a danno di individui e categorie.

L’essenza del razzismo è fondata sul presupposto che esistano razze umane biologicamente e storicamente superiori ad altre razze. Ed è alla base di prassi politiche, volte, con discriminazioni e persecuzioni, a garantire la 'purezza' e il predominio della razza ritenuta superiore. Più genericamente, si indica anche il complesso di manifestazioni o atteggiamenti di intolleranza originati da profondi e radicati pregiudizi sociali, espressi attraverso forme di disprezzo ed emarginazione nei confronti di individui o gruppi appartenenti a comunità etniche e culturali diverse, descritte come inferiori. 

La parola originaria - razzismo è da considerare degenerazione dispregiativa come tutti gli “ismi” -  risale al Medioevo, ma ha avuto una svolta particolare alla fine dell’Ottocento e poi nel corso del Novecento, quando si sono formati vari derivati che hanno avuto risvolti sul piano ideologico, politico e sociale che trascendono la lingua vera e propria e che investono invece drammaticamente la recente storia mondiale.

Dal punto di vista etimologico si ritiene che razza derivi da un adattamento del francese antico haraz, di probabile origine vichinga, attestato già nel 1160 circa per indicare gli allevamenti di cavalli normanni, è documentato nei volgari italiani già nel Trecento (insieme alle varianti razzo e arazzo) e ricorre in contesti che fanno sempre riferimento ai cavalli. 

Da qui nasce lo sviluppo semantico al valore più generale di ‘insieme di animali o piante della stessa specie, contraddistinti da caratteri pressoché omogenei, trasmessi ereditariamente’. Dalla zoologia e dalla botanica, il termine è passato poi agli uomini per indicare popolazione o insieme di popolazioni con una particolare frequenza distributiva di alcuni geni, contraddistinta da alcune caratteristiche dinamiche e mutevoli nel tempo’, di ‘discendenza o stirpe’. 

Un concetto, quello di razza umana, tuttavia, destituito di ogni validità scientifica, grazie ai progressi dell’antropologia fisica e dell’evoluzionismo. Ma la parola ha ancora una sua vitalità, anche in usi più generici, nel senso di ‘genere’, ‘specie’, o anche ‘qualità’, con riferimento a persone. 

Più o meno coeve al secolo scorso sono le prime attestazioni di definizioni di razzismo e razzista per indicare movimenti o ideologie e relativi seguaci. Razzismo ha così assunto il significato di complesso degli orientamenti e degli atteggiamenti che – all’interno del genere umano – distinguono razze “superiori” da razze “inferiori” e attuano comportamenti vòlti a tutelare la purezza di una presunta razza “superiore” rispetto alle altre; tra questi, la segregazione della razza ritenuta inferiore (come l’apartheid sudafricano o la ghettizzazione dei neri negli Stati Uniti), la sua discriminazione sociale, giuridica e istituzionale, fino alla persecuzione e allo sterminio di massa, come quello perpetrato dal nazifascismo nei confronti degli ebrei (ma anche dei rom e di altre minoranze).

Ed è dopo queste tremende conseguenze nella prima metà del Novecento, che si è arrivati al rifiuto della parola, tanto che, con riferimento agli uomini, al posto di razza si preferisce parlare di etnia, termine attestato in italiano (e non a caso) dal 1945, che ha alla base il greco éthnos,  ossia ‘popolo, nazione’. Un aggettivo etnico, peraltro attraverso il latino, entrato già in italiano antico. Fatti recenti, pensiamo alla ex Jugoslavia, o alla tragedia recente dei Rohingya, dimostrano che la sostituzione della parola non ha purtroppo significato l’abbandono della degenerazione sociale e politica alla base dei razzismi. Esiste poi, accanto a questa definizione, quella di un uso traslato di razzismo per qualificare e condannare invece ‘ogni atteggiamento discriminatorio nei confronti di persone diverse per categoria, estrazione sociale, sesso, opinioni religiose o provenienza geografica’. In questo senso, definire qualcuno razzista non vuol dire esaltarne le convinzioni, ma condannarle e bollarne i comportamenti come contrari alla convivenza e al rispetto tra gli esseri umani e andrebbe anche aggiunto dell’umanità nei confronti della natura.

Va da sé che appare non soltanto stupido e senza fondamento, oltreché pericoloso, parlare e rinfocolare sentimenti che si possono definire razzisti ad esempio nel corso di una campagna elettorale come quella che stiamo vivendo. Troppo serie e troppo gravi la tragedie provocate nel mondo da idee razziste per mutuarne l’uso per raccattare voti. E giova anche ricordare che le differenze cromosomiche tra esseri umani di diverso colore della pelle – ad esempio - sono infinitesimali e frutto degli spostamenti dei popoli nel corso della preistoria. Ossia, siamo tutti figli di quegli antichi abitatori della Terra che lasciarono le terre africane per diffondersi nel globo. Ogni tanto questa piccola riflessione potrebbe aiutare a vincere la stupidità, l’idiozia e l’ignoranza, tutti alimenti necessari a creare l’odio tra gli uomini.

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