(In)stabilità
di Roberto Mostarda

Basta uno sguardo, anche distaccato, alla realtà italiana per accorgersi subito che il termine di questa puntata sia pressoché richiamato in ogni aspetto della quotidianità e negli scenari sociali, macroeconomici e politici. Ed anche geologici! Il termine positivo e il suo contrario che sovente è prevalente in tutte le analisi.
Il quadro economico italiano è instabile, ancorché quasi fermo, la politica è instabile tra ricerca di equilibrio e rottura di esso, senza soluzione di continuità; la realtà sociale mostra segni crescenti di insofferenza ed instabilità. E, inoltre, il territorio del paese, nella sua accezione fisica, fa acqua da tutte le parti e si mostra assolutamente instabile!
Partiamo allora dal significato della parola. Instabilità delinea il fatto, la condizione e la caratteristica di essere stabile, sia in senso proprio, cioè ben basato ed equilibrato, capace di resistere a forze e sollecitazioni esterne; sia in senso estensivo e figurato, che resiste, si conserva e si mantiene senza subire spostamenti, cambiamenti o modificazioni rilevanti.
Esiste poi una serie di valori legati al mondo scientifico e tecnico dove per stabilità si parla in fisica, con riferimento allo stato (meccanico, termodinamico) di un sistema e si dice che è in condizioni di stabilità se, dopo una perturbazione esterna, tende spontaneamente a tornare nello stato iniziale: la stabilità caratterizza quindi quegli stati di equilibrio ai quali corrisponde un valore minimo dell’energia; in questo senso si parla di sstabilità dell’equilibrio e di grado di sstabilità, come capacità del sistema di mantenere invariato il suo stato di fronte a perturbazioni di intensità crescente; ancora si indica in stabilità statica o dinamica, in un sistema materiale, l’attitudine del sistema a mantenersi in una configurazione di equilibrio o, rispettivamente, su una determinata traiettoria, nonostante l’azione di cause perturbatrici. Nell’architettura navale, attitudine di una nave o di un’imbarcazione a riprendere la sua posizione normale di equilibrio quando ne sia scostata a causa delle oscillazioni (rollio o beccheggio) provocate dal moto ondoso e con significati analoghi il termine e le relative locuzioni sono usati anche in rapporto ad aeromobili.
Di stabilità si parla anche in meteorologia, in riferimento alle condizioni atmosferiche, alla temperatura, alla pressione, intendendo anche qui la tendenza a perdurare, a non subire rilevanti variazioni per un certo periodo di tempo.
Quel che maggiormente impegna l’immaginario collettivo è però soprattutto l’allocuzione in termini politici ed economici. In questo secondo campo, si dice di situazione di stabilità, di stabilità di condizioni, grandezze, valori economici caratterizzati non da immobilità ma da continue lievi oscillazioni intorno a un determinato livello (detto appunto equilibrio stabile). Infine nel diritto del lavoro, si parla di stabilità del posto, dell’impiego o dell’occupazione, indicando il diritto del lavoratore subordinato a conservare il proprio posto per un periodo di tempo predeterminato, previsto dalla legge fino al raggiungimento del limite di età per i dipendenti del pubblico impiego (salvo che per circostanze eccezionali) e, con particolari limitazioni, per i dipendenti di imprese private.
Appare di tutta evidenza, che nel nostro paese la (in)stabilità, sembra essere connotato strutturale del dna nazionale. Tuttavia, quello che una dose di (in)stabilità potrebbe avere in termini di efficacia, di spinta ad agire, a spezzare i nodi strutturali che ci attanagliano, si manifesta troppo spesso come semplice “movimento” senza scopo preciso e senza disegno complessivo, si cerca stabilità ma si coltiva instabilità, in un tragico gioco a rimpiattino dove stabilità viene scambiata per conservazione e instabilità come modernità!
Va da sé che non esiste stabilità, cioè arrivare a una condizione “stabile”, se non si conosce la instabilità e viceversa. Dunque parliamo di un equilibrio “instabile” tra i due estremi che dovrebbe produrre ricerca, innovazione, sguardo prospettico e non la contemplazione statica del proprio ombelico e del proprio particolare! Cioè una ricerca della stabilità a ritroso, del genere si stava meglio quando si stava peggio e altre amenità insulse. Il cammino di un popolo deve avere una sola direzione. Conservando quel che di “stabile” è opportuno ed importante per la coesione sociale e lasciando andare ogni logica di conservazione dell’inconservabile perché chiaramente fuori tempo, non per ideologia, ma per sano realismo fattuale!

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