La parola della settimana

Deficit
di Roberto Mostarda

E’ forse uno dei termini più presenti nei discorsi sull’economia, sulle scelte da fare, per alcuni un punto di riferimento, per altri un incubo, per gli economisti uno dei possibili metodi per affrontare le difficoltà. Ma se ne parla anche per altri aspetti. Così sentiamo dire c’è un deficit di democrazia, un deficit di conoscenza e via dicendo. Con significato più generico, si indica anche il disavanzo, l’ammanco, la perdita. In queste accezioni ci si riferisce anche a valori non economici, così si sente parlare di deficit morale, politico. Esiste anche nel significato di deficienza, mancanza. Nel linguaggio medico, si vuole intendere soprattutto la diminuzione dell’attività funzionale dell’organismo o di determinati organi. In psicopatologia, si parla di deficit intellettivo, indicando un indebolimento transitorio o permanente delle facoltà intellettive.

Il valore primario della parola è legato alla sua origine latina ed indica in buon sostanza la mancanza di qualcosa.  In generale in economia, il deficit vuol dire l’eccedenza dei valori passivi su quelli attivi attribuiti ai beni economici di un’impresa o di un ente in genere, o alle operazioni da essi compiute in un dato periodo di tempo.

Di particolare importanza, ed è questo il senso più frequente, è il deficit pubblico (o indebitamento netto) cioè la differenza tra le entrate e le uscite del settore della pubblica amministrazione (Stato, enti locali, aziende autonome ed enti di previdenza) durante un anno solare, al lordo degli interessi sul debito pubblico. All’interno dell’indebitamento si trova il saldo primario che registra la differenza tra le entrate (tributarie ed extra-tributarie) e le uscite per il funzionamento della pubblica amministrazione e il finanziamento delle infrastrutture.

L’indebitamento netto è dato dal saldo primario sommato alla spesa per interessi sul debito pubblico. In base al Trattato di Maastricht del 1992 l’indebitamento netto delle pubbliche amministrazioni degli Stati membri dell’Unione Europea non può superare il 3% del prodotto interno lordo. Gli sconfinamenti devono essere considerati transitori e non possono perdurare nel tempo, pena sanzioni agli stati inadempienti. Elevati livelli dell’indebitamento infatti possono creare effetti inflattivi destabilizzanti per la moneta unica.

C’è poi l’espressione deficit spending che indica la politica, suggerita dall’economista J.M. Keynes, di usare il deficit del bilancio statale come mezzo per stimolare l’economia e ridurre la disoccupazione nei periodi di depressione.

Assistendo alla cosiddetta campagna elettorale in corso nel paese non si tarda ad incappare con i riferimenti al deficit. Nessuno lo dice apertamente, ma molte delle promesse elettorali dei partiti in tema economico, sono possibili soltanto agendo per così dire in deficit, cioè a dire spostando in avanti il momento del rientro dell’esposizione finanziaria che si va a creare con politiche espansive in termini sociali ed economici in genere, ma senza tener conto degli equilibri di bilancio. In pratica, dimenticando le regole base della copertura necessaria ad interventi ed investimenti, si vuole piegare il bilancio dello Stato alla logica dello sforamento dei parametri non soltanto europei, ma logici per l’equilibrio complessivo del sistema paese. Deficit e indebitamento sembrano le sole parole chiave.

Da aggiungere che scelte siffatte non fanno che erodere ricchezza per le generazioni future e che impediscono qualsiasi seria azione politica di contenimento del debito pubblico facendone dilatare i già pesantissimi termini.

Perché allora, si potrebbe osservare, si assiste soltanto a promesse ed  indicazioni che inevitabilmente ci porteranno ad agire “in deficit” appunto? E’ abbastanza evidente che è più facile inseguire il consenso spicciolo che spiegare come funziona il sistema, quali sono le sue compatibilità e i limiti di azione interni, prima ancora che europei. Non si può battere moneta o svalutare la moneta – essendo nell’euro – ma si prova ad aggirare l’ostacolo, a forzare i limiti. Provvedimenti anche utili e seri come possono essere le forme di reddito di inclusione o cittadinanza con l’intento di mitigare le condizioni di crisi di milioni di cittadini, prevedendo risorse in crescita, non possono che passare attraverso operazioni in deficit. Ma agire in deficit nelle condizioni di debito pubblico in cui si trova il paese, significa soltanto aggravare quel debito e svilire la credibilità del paese. Così come i patti vanno rispettati, i debiti vanno saldati. Da troppo tempo è invalso il concetto che tanto a pagare c’è sempre tempo. Questo non riguarda chi seriamente assume impegni e intende mantenerli, quanto piuttosto chi da sempre ritiene che sia lo Stato a dover dare ai cittadini e basta, senza che questi siano all’altezza di quel che ricevono. Solo che lo Stato altro non siamo che tutti noi cittadini e, dunque, poiché la coperta è sempre la stessa, così come la tasca, dare a qualcuno significa diminuire o togliere a qualcun altro! Quindi il vero ragionamento non dovrebbe essere solo quello di dare come sempre a pioggia per acchiappare voti, ma di rendere consapevoli con opportuni interventi i cittadini di quello che essi debbono e possono fare per lo Stato, cioè per se stessi (ad esempio pagare le tasse)! Altrimenti si continua in una deresponsabilizzazione che ha del criminale. Ogni neonato del nostro paese è già debitore per decine di migliaia di euro e non riuscirà mai a restituire. Aggravare questa situazione vuol dire appesantire il futuro di questo piccolo nato, ma anche di tutti noi! Per un pugno di voti, potremmo dire, ma sapendo che si tratta di operazioni sempre in perdita, in deficit “manco a dirlo”!    

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