La parola della settimana

Promessa
di Roberto Mostarda

In tutta la letteratura, nei dizionari, nella vita quotidiana, nei rapporti sociali e personali, da sempre – si potrebbe dire dai tempi biblici – il termine proméssa è presente, ha cittadinanza, ha diverse declinazioni e diversi significati. La parola viene dal tardo latino promĭssa, in origine promissorum «cose promesse», neutro plurale del participio passato del verbo promittĕre, ossia promettere. In linea generale, essa indica l’atto di impegno preso liberamente e sulla parola, o anche in forma legale, di fronte ad altri, di fare o dare qualche cosa; le parole stesse con cui si promette. Nel diritto, si parla di promessa unilaterale cioè quella che vincola, solo nei casi espressamente previsti dalla legge, unicamente il dichiarante e indipendentemente dall’accettazione da parte del destinatario; c’è poi la promessa al pubblico, anch’essa unilaterale a favore di chi si trovi in una data situazione o compia determinati atti (per esempio la promessa di corrispondere una certa somma di denaro a chi ritrovi un oggetto smarrito): essa è irrevocabile e vincolante (in assenza di espliciti termini) per un anno; ancora la promessa di matrimonio, impegno che non obbliga a contrarre matrimonio né ad eseguire ciò che si fosse convenuto per il caso di non adempimento (ma obbliga alla restituzione dei doni fatti e al risarcimento dei danni nei limiti delle spese fatte e delle obbligazioni contratte in vista del matrimonio). 

Nel linguaggio bancario o commerciale: si parla di promessa bancaria, ovvero di un’obbligazione assunta da una banca di pagare una somma determinata (può concretarsi in un titolo di credito che assume tale denominazione o, più comunemente, quella di vaglia bancario oassegno circolare). 

Troviamo poi varie locuzioni sul tema: lusingare con promesse; colmare di promesse; estorcere una promessa; fidarsi, non fidarsi delle promessedi qualcuno; mantenere, adempiere: ossia rispettare quelle fatte; stare, esser fedele ad esse; al contrario mancare, venir meno: pensiamo al detto promessa da marinaio, fatta senza intenzione di mantenerla o che presto si dimentica (riferimento al navigare lontano di quanti vanno per mare), quindi, in genere, su cui c’è da fare poco assegnamento. Della promessa fatta ci si può pentire, la si può ritirare, sciogliere. Si usa anche dire che ogni promessa è debito, espressione con cui si usa rammentare a qualcuno il suo obbligo, ma che si enuncia anche per assicurare altri della propria intenzione di mantenere l’obbligo, talora nell’atto stesso di adempierlo. Dicevamo dei tempi biblici, dove figli della promessa è espressione che ricorre più volte nell’Antico Testamento con riferimento agli Ebrei, discendenti di Abramo, per le promesse a lui fatte da Yahweh circa la sua discendenza; ripresa poi e reinterpretata da san Paolo in vari passi delle sue lettere (ai Galati, 4, 28, ai Romani, 9, 6-9 e 9, 8, ecc.), riferita ai cristiani destinati alla salvezza secondo le promesse di Cristo.  Ancora si parla di promessa per chi inizia un’attività dando ottimi risultati e facendo sperare molto bene di sé. Esistono poi anche accezioni dispregiative o diminutive come promessina o promessuccia ad indicarne lo scarso valore quanto al risultato, cioè all’adempimento.

Sarebbe troppo facile annettere quest’ultima declinazione alla nostra vita politica. Da decenni si promettono ad ogni elezioni soluzioni mirabolanti ed immancabili ai problemi strutturali e contingenti del paese, salvo poi non riuscire neppure ad affrontarli per difficoltà, volontà contrastanti o mutamenti in corso d’opera. 

E’ certo però che l’espressione “promesse da marinaio” si attaglia perfettamente a quanto avviene in prossimità di appuntamenti elettorali, come quello al quale ci avviciniamo. E infatti fioccano promesse: taglieremo le tasse, creeremo lavoro, rispetteremo i diritti, contrasteremo l’immigrazione clandestina, riporteremo soldi nelle tasche dei cittadini e via promettendo. Il dato che fa da contraltare a questo promettere è sovente l’assoluta distanza tra quanto si promette e la realtà oggettiva nella quale tali proponimenti dovrebbero trovare attuazione. Basti pensare al debito pubblico: ogni cittadino che nasce ha già su di sé un debito equivalente ad un mutuo, non è facile parlare di soldi in tasca, di redistribuzione dei redditi, di tagli agli eccessi, di spending review. Tutti questi atti comportano un taglio alla spesa pubblica prima ancora di una razionalizzazione e se non si attua un impegno di diminuzione del debito, ogni azione anche calmieratrice ed egualitaria va ad urtare inevitabilmente con la realtà. E spesso anche con le stesse leggi e i principi costituzionali. In questo caso, promettere risulta atto inopportuno per così dire, per non scomodare anche questioni di natura lato sensu giudiziaria.

Altra caratteristica della promessa elettorale, oltre al suo scarso risultato, è quella di dare sovente una ricaduta diversa e lontana da quella iniziale, per non dire opposta e questo non fa che irrobustire la visione “marinaresca” di cui sopra. 

Ecco allora che occorre avere una sorta di lente di analisi che consenta, almeno, di saper distinguere tra promesse e promesse e soprattutto che possa misurare in concreto quanto la promessa è distante in modo oggettivo dalla sua possibilità di realizzazione. Un piccolo atto di semplice  buon senso che può aiutare nelle scelte al momento del voto. Ricordando l’antico proverbio: “chi troppo vuole, nulla stringe”. Nel nostro caso promettere cose realmente non attuabili, non è corretto e neppure politicamente pagante. 

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