La parola della settimana

 

Inclusione
di Roberto Mostarda

La riflessione di questa settimana sulle parole più popolari si appunta sul termine inclusióne. Sgombriamo subito il campo dalla sensazione che si voglia parlare di immigrazione o di reddito di inclusione. L’argomento è troppo serio e troppo complesso per essere affidato a queste righe, e richiede ben altro spazio. Quello al quale dedichiamo l’attenzione è il significato della parola che indica l’atto, il fatto di includere, cioè di inserire, di comprendere in una serie, in un tutto (spesso contrapponendola ad esclusione). Sono, come sempre, molteplici i possibili valori da attribuire al termine. Così si parla di inclusione di un nome nella graduatoria dei vincitoridi alcune clausole cautelative in un contratto; oppure in frasi negative: hanno protestato per la non inclusione del loro nominativo nella lista; o di certe clausole nel contratto.

In medicina, nella tecnica istologica si parla di inclusione per indicare l’atto di imbibire l’oggetto, previamente fissato e disidratato, in una sostanza (in genere, paraffina o celloidina) che indurendosi permetta poi di sezionarlo al microtomo.

Nella terminologia della retorica latina, la parola è sinonimo di anadiplosi. O, ancora, nella teoria degli insiemi e in logica matematica, si riferisce di relazione di inclusione tra due insiemi, relazione in base alla quale uno dei due insiemi contiene l’altro come proprio sottoinsieme. Oppure con senso concreto, l’elemento, la sostanza e simili che si trovano inclusi in altra sostanza. In particolare in botanica, sostanza non vivente che si trova nei vacuoli, di natura liquida (per esempio, goccioline di oli, o le soluzioni complesse racchiuse nei vacuoli) oppure solida (i granuli di aleurone e i cristalli di ossalato di calcio). In biologia: inclusione embrionale ossia la permanenza di cellule embrionali in un tessuto adulto; citoplasmatica, corpiccioli di grandezza, aspetto e affinità tintoriali diverse, che si osservano nel citoplasma cellulare in determinate malattie virali, come la rabbia, il vaiolo, il tracoma e alcune congiuntiviti. Esistono, poi, molte altre declinazioni della parola in odontoiatria ad esempio, in fonderia, (denominazione generica di materie eterogenee rimaste incluse nella massa metallica e che costituiscono talora gravi difetti dei getti), in mineralogia, sostanza (solida, liquida, gassosa o mista) inglobata nell’interno di minerali; a tali inclusioni si devono gli speciali effetti di luce di molte pietre (asteria, occhio di gatto). In petrografia, sinonimo di intercluso; in metallurgia, leghe di inclusione, soluzioni solide in cui rimane inalterato il reticolo del solvente, nelle cui maglie penetrano disordinatamente gli atomi di minori dimensioni del soluto. Infine in chimica, combinazioni chimiche nelle quali le molecole di un componente occupano determinate cavità originate da una particolare disposizione delle molecole dell’altro; la condizione per una formazione stabile è che la forma e le condizioni delle molecole «ospiti» siano compatibili con quelle delle cavità: le cavità possono essere approssimativamente sferiche (e in questo caso si hanno i cosiddetti clatrati) oppure si possono formare complessi tubulari, lamellari. 

Lasciamo questa fase scientifica per occuparci del termine in ambito sociale e politico. Come sempre, attirati da alcune singolari posizioni politiche espresse di recente. La prima e clamorosa riguarda il leader di Liberi e eguali (gli scissionisti pd e sinistra italiana oltre e a qualche altro cespuglio); la seconda, le dichiarazioni amene dell’aspirante premier dei cinque stelle.

L’ex presidente del Senato, nell’assemblea della formazione alla quale è stato chiamato da leader, ha sottolineato la volontà di essere “aperti ed inclusivi” nei confronti di chi la pensa come loro. In sostanza, una tautologia della quale non si sentiva assolutamente il bisogno. Se includere significa in senso sociale, accettare l’altro, comprenderne le idee e accettarne la presenza ancorché non allineata, quanto detto da Grasso appare fuori quadro ed illogico. Non significa nulla, infatti, includere chi già la pensa in un certo modo. Semmai la fatica politica, il vero impegno sta nel tentare di avvicinare chi ha posizioni diverse, non antitetiche, ma dialettiche. Se tutti sono d’accordo non c’è inclusione, non esiste la condizione primaria perché vi sia. Certo, l’affermazione si comprende invece bene se facciamo caso al retroterra culturale nel quale il neo leader si trova ad operare: quello degli ex comunisti fuoriusciti dal Pd. A questo punto appare più chiaro tutto il quadro: per questa parte politica includere ha sempre significato associare solo chi la pensa in un certo modo, comprimendo il dibattito in nome dell’unità finale. Il centralismo democratico insomma: andiamo in assemblea, discutiamo come pazzi, ci accusiamo a vicenda, ma quando usciamo fuori parliamo la stessa lingua e diciamo le stesse cose. Nelle democrazie popolari funzionava così con i partiti satelliti di quello al potere. Potevano rappresentare una parte della società in una finzione di democrazia, ma i dirigenti e i leader erano tutti indicati e scelti dai leader comunisti. E quando si era al dunque erano tutti “patriotticamente” allineati. Tempi sconfitti dalla storia, ma che a qualcuno riscaldano ancora i cuori, un po’ per celia e un po’ per non morir.

Se questo è il nuovo polo della sinistra, conviene decisamente cambiare pagina e guardare oltre.

L’altro fulgido esempio, anch’esso singolarmente “inclusivo” e anch’esso paradossalmente omogeneo al socialismo reale, è quello che emerge dalle dichiarazioni del candidato dei cinquestelle al governo, Di Maio. Tra uno svarione culturale e una facezia, snocciolando ciò che faranno dopo, una volta al governo: un’attesa che per tutto il paese è divenuta parossistica. Costui, non riuscendo a capire assolutamente dove voglia andar a parare, ha lanciato qualche indicazione “inclusiva” in salsa pentastellata. Noi siamo soli, noi andiamo da soli, noi non abbiamo bisogno di alleanze. Ma, nell’ipotesi che sia necessario avere dei numeri non raggiunti alle urne, allora potremmo governare con chi ci vuole aiutare, naturalmente accettando in toto le nostre impostazioni. In sostanza, una delle regole della famosa “legge del capo”: se entri nella stanza del capo con una tua idea, devi uscire con quella del capo. 

Una bella congerie di insensatezze e luoghi comuni, dunque, non certo analisi politica quale servirebbe al paese in questa fase eternamente costituente. 

Rimanendo sulla legge del capo, non va dimenticato, poi, il centrodestra, dove esiste un capo che non può ancora esserlo ma che lo è e lo sarà per tutta la sua esistenza politica e senza il quale l’area semplicemente si sfalda e non esiste. Egli rappresenta il partito, se stesso e tutto quello che deve essere. Non vi è dialettica su chi sia il capo, il capo che sceglie invece gli altri a sua immagine, ma senza mettersi in casa pericoli di successione. Insomma, siamo fermi nel tempo. Ed ora ci si mette anche l’editorialista dell’Economist che definì Berlusconi inadatto a governare e che ora lo riabilita definendolo un possibile salvatore del paese. 

Chi ci capisce…è bravo. 

Stampa

Italian Media s.r.l. - via del Babuino 107, Roma, c.a.p. 00187, p.IVA 09099241003, edita il settimanale Italiani con registrazione al Tribunale di Roma n. 158/2013 del 25.06.2013 - email: info@italianmedia.eu

NOTA! Questo sito utilizza i cookie e tecnologie simili.
Questo sito usa i cookie per migliorare la tua esperienza d'uso e usa cookie di terze parti. Proseguendo nella navigazione si presta implicitamente il consenso all’utilizzo di questi strumenti. Si rimanda alla nostra privacy policy per maggiori informazioni e per la possibilità di negare il consenso.