La parola della settimana

Fake News
di Roberto Mostarda

Tanti anni fa, non troppi, ma sembra trascorso un secolo abbondante, il mondo viveva l’epoca della guerra fredda e del confronto tra i blocchi usciti dalla seconda guerra mondiale. Un mondo fatto di spie che hanno alimentato decenni di film e telefilm legati allo spionaggio, agli 007, di lotta senza quartiere per rubare, sottrarre all’avversario, in vista di una vittoria finale definitiva. Quella che oggi si definisce come intelligence lavorava da una parte e dall’altra per annebbiare, indebolire, annacquare, confondere il nemico. Era l’epoca della disinformazione.
Un’attitudine che nessuno tralasciava ma nella quale, inutile negarlo, eccelleva il sistema sovietico per il quale il valore principale verso l’altra metà del mondo era appunto la mitica disinformacija, vera e propria scienza, o meglio di tecnica con cui disorientare l’antagonista, metterne in crisi le certezze, indebolirne la determinazione.
Per disinformazione si intende la diffusione intenzionale di notizie o informazioni inesatte o distorte allo scopo di influenzare le azioni e le scelte di qualcuno, ma anche la mancanza o scarsità d’informazioni attendibili su un determinato argomento, e su fatti e avvenimenti sui quali si dovrebbe essere informati.
In questi mesi, quasi un anno, la disinformacija sembra essere diventato un arnese del passato da un lato, ma si ripresenta sotto altra forma nell’epopea delle fake news, termine reso popolare  e onnipresente dal presidente americano Donald Trump, nel suo duro confronto con l’establishment e l’informazione statunitense con i quale è ai ferri corti.
Ecco dunque la parola che abbiamo scelto, ancorché non italiana, ma di uso comune nell’inglese internazionale. La radice di questa espressione, laddove news è universalmente nota come “notizie” è certamente l’aggettivo “fake”. La vulgata vuole significare che esso voglia semplicemente dire “falso” appunto, dunque notizie  artificiosamente costruite o inventate a danno di qualcuno, con particolare riferimento a quelle diffuse mediante internet. Se il web è sempre stato una prateria, si aprono così nuovi spazi per altri post che ''galleggeranno'' sul web, senza alcuna possibilità di collegarli a un'identità riconosciuta, proprio mentre Facebook e Google sono alle prese con la necessità di porre un freno alla circolazione di notizie false sulle loro piattaforme e a ciò vengono spinti da governi e poteri internazionali. Di recente negli Usa, qualcuno si è chiesto se non sia il momento di mettere in soffitta il termine “fake news“, proprio perché di per sé fuorviante. In sostanza sarebbe opportuno, oltreché deontologico, distinguere tra cose diverse che, allo stato attuale, fanno invece tutte capo alla medesima, generica, categoria. Le differenze tra unabufala creata ad arte e un errore giornalistico, si osserva per esempio, sono notevoli e vanno affrontate in modi differenti. Allo stesso tempo una teoria del complotto sgangherata fondata sul nulla e un’opinione estremamente faziosa e politicizzata – magari posta a sostegno di posizioni che giudichiamo repellenti – sono ancora elementi differenti che non è possibile trattare allo stesso modo.
Quel che è interessante, dinanzi a questa espressione è sapere che lo stesso aggettivo fake, nel suo significato, risulta di etimologia incerta. Quasi una beffa! Usato come un marchio di infamia dall’attuale presidente americano, il termine significherebbe in teoria “finto” quindi attinente all’uso che se ne fa, ma la sua radice linguistica è avvolta nelle nebbie della storia! Singolare destino, dunque, quello al quale siamo costretti a fare riferimento. In pratica, è come dire che la parola, l’aggettivo che usiamo per definire falsa o artefatta una realtà, una notizia, è esso stesso “finto, incerto, falso!”
Restando spettatori di quello che accade laddove le fake news hanno avuto la loro nascita, è interessante guardare in casa nostra dove l’abitudine ad usare parole ad effetto ma delle quali si conosce poco o nulla, soprattutto se di tradizione british sembra un inveterato tic.
Ecco allora che scopriamo sui giornali, alla televisione, su tutti i mezzi che impazzano le accuse tra leader, partiti, movimenti, singoli cittadini di essere artefici, propalatori, agit prop, di fake news a danno di questo o di quello. Nessuno però cerca di sapere se e quanto le news siano “fake”, ma si alza la voce solo per dimostrare che quelle del vicino sono più fake di quelle attribuite! Insomma un ciarlare e un concionare da cortile, un reagire indignati come fa Grillo per le rivelazioni di giornali e siti americani sull’uso che i cinquestelle fanno di news fake contro gli avversari, quando il guru è il primo ad aver confezionato balle e a cambiarle nel tempo a seconda del vento che tira! O per presunti collegamenti di fonti fake con la Lega di Salvini. O come, con atteggiamento più intellettualistico fanno dirigenti del Pd, bollando i pentastellati di complottisti e di veri conoscitori dell’arte del fake.
Uno spettacolo disarmante dove ad emergere è il vuoto pneumatico di una campagna elettorale appena agli inizi ma che sembra vivere soltanto di bufale, di tentativi di usarle, di parole, parolacce, insulti e contumelie, che di valori, programmi e disegni per il futuro del Paese. Su questo terreno è il deserto! Nessuno ne parla, si replica soltanto a quel che il menù fake quotidiano propina. Vero o falso che sia non ha importanza, purché se ne parli e con esso ci si misuri. In equilibrio sul baratro!

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