La parola della settimana

Secessione
di Roberto Mostarda

I recenti avvenimenti che hanno visto su fronti diversi uno stato sovrano, la Spagna e una regione a forte autonomia nello stesso stato, la Catalogna - e indipendentemente da quale sarà lo sviluppo degli eventi dopo la sospensione dell’autonomia, l’indizione di nuove elezioni e la partenza da Barcellona del presidente esautorato e di alcuni ministri della Generalitat – ha portato in grande attualità termini e parole che in Europa non si ascoltavano più da quasi vent’anni dopo la tragica disintegrazione della ex Jugoslavia.
Lasciando sullo sfondo il termine indipendenza che si presta a letture complesse e a stati d’animo prima ancora che a scelte politiche, quello che ci interessa è sottolineare un’altra parola che sembra più adatta ad un tentativo come quello catalano che non ha molto a che spartire con le legittime aspirazioni dei popoli, ma si situa su un piano diverso che pone non pochi interrogativi a quell’Europa dei popoli mai nata veramente!
Questa parola è secessione. La sua origine è latina da secessio, sostanivo che viene dal verbo secedĕre  che indica l’atto o il comportamento di «allontanarsi, separarsi», dal significato più proprio del verbo cedĕre.Centrale nella spiegazione del termine il valore di separazione, distacco di una parte o di un gruppo dall’unità sociale, politica, militare di cui faceva parte, in seguito a grave disaccordo con la parte restante e come forma di aperta protesta e ribellione. Le origini di tali atti, di tali idee e di tali comportamenti risalgono all’antichità soprattutto romana. Secondo la tradizione annalistica, la prima delle tre secessioni che la plebe romana avrebbe compiuto nella sua secolare lotta con il patriziato fu quella per la parità dei diritti civili e politici, conclusasi (494 a. C.) per l’intervento di Menenio Agrippa che raccontò il famoso apologo dello stomaco e delle membra. Più nota e vicina a noi la guerra di secessione, quella svoltasi (1861-1865) negli Stati Uniti d’America tra gli Stati del Nord, alla fine vittoriosi, e quelli del Sud, che si erano ritirati dalla Confederazione perché non accettavano l’abolizione della schiavitù dei negri. 
Per estensione di secessione si parla anche nel mondo dell’arte. Come distacco di alcuni componenti dalla corrente letteraria, artistica o critica di cui facevano parte per divergenze di orientamento; hanno preso questo nome varî movimenti artistici europei costituitisi tra la fine dell’Ottocento e il principio del Novecento, che propugnavano l’abbandono delle accademie e delle associazioni artistiche ufficiali e la formazione di gruppi artistici autonomi aventi come scopo il rinnovamento del gusto. In particolare possiamo ricordare quella viennese, gruppo di avanguardia artistica fondato nel 1897, i cui massimi esponenti furono il pittore G. Klimt e gli architetti J. M. Olbrich e J. Hoffmann, che si rifece alle esperienze internazionali dell’art nouveau accentuandone l’aspetto decadente, spesso con implicazioni simboliste e con accostamenti di colore che evocano l’arte bizantina; nell’architettura l’attenzione venne rivolta soprattutto a un rinnovamento dell’ornato e della composizione dei volumi, mentre non sempre vennero usati in senso innovatore i nuovi sistemi costruttivi.
L’angolazione che ci appare più consona alle nostre riflessioni è certamente quella giuridica. Nel diritto internazionale, si definisce secessione il distacco da uno Stato preesistente di uno o più territori, che si costituiscono a loro volta in Stati indipendenti senza che il primo cessi di esistere. Una particolare e rilevante forma di secessione è rappresentata dal conseguimento dell’indipendenza dalla madrepatria da parte dei territori d’oltremare per effetto del processo di decolonizzazione. Storicamente si pensi alla nascita degli Stati Uniti d’America dopo il distacco e la conseguente guerra contro l’Impero britannico.
Di fronte al concetto di secessione (legato ma non eticamente coincidente con quello di indipendenza o di ricerca di essa) si pongono molteplici interrogativi e domande e risposte non sempre possono esaurire la riflessione e dare senso compiuto e pacifico alle conseguenze di questo atto.
L’aspirazione dei popoli alla propria autonomia, alla propria indipendenza e prima ancora all’autodeterminazione, è concetto che affonda le radici nell’essenza stessa dell’associarsi dell’uomo in comunità. Sin dagli inizi della storia, da quando cioè si parla anche di secessioni, sono molti e complessi gli esempi. Anche gli organismi internazionali, come l’Onu, non negano il diritto o la possibilità di un popolo con sua storia, sua cultura, sue tradizioni e costumi, di assumere su di sé la responsabilità del proprio futuro e quindi costituirsi in entità statuale. Ricordiamo la decolonizzazione e la nascita di molti stati africani ed asiatici.
La storia è appunta ricca di tentativi più o meno riusciti e di evoluzioni e cambiamenti legati all’avvenuta separazione di regioni, o etnie dagli stati centrali dei quali facevano parte. Non sono quasi mai stati passaggi pacifici e condivisi (se si esclude ad esempio la divisione della Cecoslovacchia, dopo la caduta dell’Urss). Tuttavia l’aspirazione esiste nel costume umano, nella sensazione di appartenere a qualcosa di diverso dal paese nel quale ci si trova e dall’aspirazione a costituirsi in entità autonome.
Un tempo – neppure tanto lontano se si pensa come dicevamo alla crisi dell’ex Jugoslavia – tali contenziosi comportavano atti violenti all’interno di un paese, separatismi anche di natura terroristica (si ricordi l’Ira irlandese) sino al riconoscimento di un diritto sociale e storico a vedersi riconosciuta quella individualità che la costituzione di uno stato comporta. Non sempre però si è trattato di buoni sentimenti. La secessione del Katanga dall’allora Congo belga fu infatti un esempio al contrario, di una separazione voluta politicamente e per ragioni neppure tanto velate di natura economica, il controllo delle immense ricchezze minerarie di quella provincia meridionale del grande territorio africano.
Il caso della Catalogna riporta in auge la teorizzazione dell’aspirazione all’indipendenza, ma le condizioni specifiche di questa realtà non appaiono coincidere con alcuno degli esempi storici. In primis, al di là dei riferimenti alla guerra degli anni trenta del secolo scorso e alle aspirazioni repubblicane, Barcellona è capitale di una regione a forte autonomia anche culturale dallo stato centrale, al quale è legata da sette secoli di storia comune che risalgono all’unione allora condivisa delle corone di Castiglia ed Aragona. E’ una regione ricca, la locomotiva iberica, e mal sopporta la solidarietà con altre aree del paese più svantaggiate e meno sviluppate. Difficile comprendere allora che cosa si sia voluto fare portando alle estreme conseguenze la scelta secessionista! Un azzardo, una sfida, un atto che certamente sta impoverendo la stessa Catalogna e l’intera Spagna. E sostenuto da meno del 50 per cento degli abitanti!
Una cosa appare chiara, tuttavia: il caso catalano dovrà essere un momento positivo di riflessione politica e programmatica all’interno dell’Unione Europea per contemperare diversità che possono aspirare ad una sovranità più ampia, ma nel comune tessuto unitario, fatto di popoli che vogliono distinguersi ma che hanno la volontà di convivere in una grande realtà che ne riconosca la specificità e ne garantisca lo sviluppo che piccole entità nel contesto internazionale non potrebbero mai avere. Ogni accento contrario è pura follia, anche lucida e circostanziata, ma pura follia!

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