La parola della settimana

…Ellum
di Roberto Mostarda

Non sembri un vezzo la scelta di questa settimana. Al posto di una parola abbiamo infatti pensato di soffermarci su un suffisso che si compone con la radice di un sostantivo per dare vita ad una parola, il più delle volte non consueta e neppure corretta sotto il profilo linguistico. Ma tant’è, la cronaca della nostra vita quotidiana ci ha posto e ci pone da tempo dinanzi a queste novità. Il suffisso al quale ci dedichiamo è allora “ellum”. Non è una parola come abbiamo detto ma parte di parole che si possono comporre con esso. Non è linguisticamente corretta neppure se guardiamo alla evidente derivazione latina. Come spesso ci facevano osservare con una punta di biasimo i professori di lingue antiche nei nostri licei dinanzi alle allegoriche invenzioni studentesche che storpiavano i termini antichi senza rispetto per consecutio e grammatica, si potrebbe al massimo parlare di un “latinorum” cioè a dire qualcosa di totalmente avulso dall’idioma di riferimento e neppure degno di citazione stoica come la lenta ma costante modifica del latino nei termini ecclesiastici. Il latinorum insomma è qualcosa di deteriore, al più utilizzabile per sorridere con battute goliardiche come avveniva con alcune frasi dal greco antico adattate a modi di dire per così dire contemporanei!
Nessuna sorpresa, allora, che la politica politicante, quella degli azzeccagarbugli vecchi e nuovi, dove l’ignoranza sembra essere un tratto di merito e distintivo, la prosa scorretta usata in modo strumentale per farsi capire meglio dal popolo, dagli elettori, abbia preso in carico ed impiegato a piene mani le parole che usano questo tutto sommato innocuo suffisso non sappiamo neppure se corretto secondo la grammatica latina. Unica certezza si tratterebbe di un vocabolo neutro, di qui la desinenza in “um”, con ciò qualificando di conseguenza tutto ciò che ne può conseguire!
La prima comparsa in campo “politico”è certamente legata a quello spartiacque della vita italiana che furono i primi anni novanta del secolo passato. In quel 1993 nel quale, in seguito a un referendum popolare che chiedeva il passaggio da un sistema elettorale proporzionale a uno maggioritario, il Parlamento italiano approvò una legge, il cui relatore era l’attuale presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, all’epoca parlamentare della Democrazia Cristiana: una legge in realtà solo in parte maggioritaria al 75% dei seggi e proporzionale per il 25%.
La nascita del termine “mattarellum” dato alla legge elettorale viene da una persona di cultura quale il politologo prof. Giovanni Sartori, da decenni attento analista della situazione politica nazionale, il quale aveva ben presente il valore sostanzialmente ironico (evidente infatti la sua contrarietà più volte manifestata in articoli e prese di posizione nel corso del dibattito parlamentare e tra i partiti di allora). Sartori usò il vezzo, rifacendosi alla tradizione del diritto di usare i nomi latini, per definire il testo di legge. Un nome allora in apparenza maestoso e altisonante, finì per indicare qualcosa considerato un compromesso non ben riuscito e foriero nel futuro di ulteriore complicazione per un paese in transizione politica, allora, verso un domani non delineato e in una stagione storica drammatica.
Un’idea che si presume voleva essere un martello per picconare quella e altre simili iniziative legislative non confacenti o poco adatte ad una realtà come quella italiana in un campo, quello della legge elettorale, che è sempre apparso un po’ come l’araba fenice della quale nessuno conosce il luogo dove si trovi pur sapendo che essa esiste!
Quel che, con presumibile disappunto del prof. Sartori, è accaduto negli anni successivi e giunto sino a noi, è il costume deprecabile di usare per ogni tentativo legislativo termini simili a quello da lui coniato. Con ciò creando una doppia serie di problemi: la difficoltà di definire realmente il tipo di legge da adottare e insieme la riconosciuta e plateale indicazione denigratoria di ogni sforzo in questo campo.
Quanto accaduto negli anni successivi al 1993, mostra con chiarezza questo assunto. Nel 1995 il Parlamento approvò una nuova legge elettorale maggioritaria anche per le Regioni e poiché a presentarla era stato il parlamentare di Alleanza Nazionale Pinuccio Tatarella, i giornali, la gente e poi anche i politici cominciarono a parlare di “Tatarellum”.
E la valanga cominciò e ancora continua. Il momento clou di questa debacle venne con il testo di legge definito significativamente “Porcellum”. Nel 2005 il governo di centrodestra promosse e fece approvare dal Parlamento una legge elettorale molto complessa, con premio di maggioranza nazionale alla Camera e premio di maggioranza regionale al Senato per la coalizione vincente. La legge creò una gran confusione nel 2006, perché il centrosinistra vinse per pochi voti, ma al Senato ottenne una maggioranza così ridotta che fece fatica a governare (e infatti si tornò a votare due anni dopo). La parola usata per definire questa legge elettorale derivò, guarda caso, dalla definizione adottata dallo stesso autore della legge, il leghista Calderoli: “una porcata”, che aveva l’obiettivo di mettere in difficoltà i grandi partiti. Puntuale arrivò la definizione di Sartori: Porcellum.
Senza più ritegno si è poi passati nel 2007 ad una nuova legge elettorale (poi mai approvata) proposta dal Partito Democratico e indicata “Vassallum”, dal nome del suo creatore, il politologo Salvatore Vassallo.
La deriva è proseguita con il “consultellum” termine con il quale è stata indicata la situazione legislativa in materia derivante dalla bocciatura da parte della Corte Costituzionale (la Consulta, dnr) di alcune parti significative dell’allora testo di legge in vigore frutto di una richiesta referendaria. Strano a dirsi, l’oggettivo intervento sanzionatorio dei massimi giudici in applicazione dei valori fondanti della Costituzione, venne bollato per comodità con il solito termine in “ellum”.
Per i 5Stelle, le cui competenze costituzionali sono ancora da dimostrare, ci fu la proposta del “legalicum” da contrapporre all’“italicum” e oggi, siamo approdati – non si sa se al Senato la legge passerà e diverrà vigente per il voto della prossima primavera, al “rosatellum” dal none del relatore Rosato!
Un consiglio amichevole: più che definire con termini abusati e denigratori ogni sforzo legislativo, sarebbe opportuno cercare di produrre un sistema capace di rappresentare la realtà del paese e permettergli di esprimersi pienamente: per il bene della democrazia, cioè della casa di tutti noi!

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