Commedia
di Roberto Mostarda

Il termine commèdia viene dal latino comoedia che discende dal greco κωμῳδία (comodia), in origine «canto (ᾠδή, ossia ode) del festino (κῶμος, comos)». In senso ampio e generico, indica un’opera letteraria, in versi o in prosa, destinata alla rappresentazione scenica, e la rappresentazione stessa, di tono leggero, movimentata nel dialogo e nell’azione, caratterizzata da un alternarsi di situazioni ora liete ora tristi, ma la cui conclusione è di solito lieta. Con questo significato la parola è riferita sia alla produzione classica, specialmente del mondo greco e latino, sia alla produzione moderna. Con particolare riferimento alla storia della letteratura e del teatro italiano, essa assume accezioni diverse, e cioè (come indica il dizionario): agli inizî della nostra letteratura, componimento poetico che rappresenta un’azione a lieto fine, con personaggi di condizione sociale modesta (non alta cioè come quelli della tragedia), scritto in stile comico, cioè nello stile che, secondo Dante, è medio tra il tragico e l’elegiaco Dal sec. 16° in poi, rappresentazione scenica, generalmente in versi, la cui vicenda, tratta dalla vita comune, si risolve lietamente attraverso un susseguirsi di casi divertenti; l’interesse per l’intreccio è prevalente e il diletto degli spettatori è cercato soprattutto con la successione di accidenti curiosi e la vivace pittura di «tipi» attraverso un dialogo brillante. Nel teatro contemporaneo, venendo meno la contrapposizione sia alla tragedia (che si ebbe fino a tutto il sec. 18°) sia al dramma (propria del sec. 19°), forma d’arte drammatica pressoché unica, in cui il fine lieto non è più indispensabile e l’interesse dello spettatore si concentra sull’analisi psicologica dei personaggi.
Ancora con il valore collettivo, il complesso della produzione comica di una letteratura, di un periodo, di un determinato tipo o gusto, o, in senso ancora più astratto, il genere letterario cui le commedie possono essere ascritte. Innumerevoli nel tempo le declinazioni del genere dall’antica Grecia all’antica Roma alla letteratura italiana del Cinquecento, d’imitazione classica, che ebbe come massimi autori Ariosto, Machiavelli, il Bibbiena e l’Aretino. Nel Seicento e nel primo Settecento, la commedia dell’arte (detta così perché, per la prima volta in Europa, recitata da attori professionisti), caratterizzata dall’essere quasi improvvisata su trame molto schematiche. E via via sino ai nostri giorni con declinazioni teatrali, musicali, cinematografiche. Infine, in senso figurato si definisce fare la commedia l’atteggiamento o il fatto che muove il riso o l’ironia sui comportamenti non considerati seri ed attendibili.
Come sempre, traduciamo il senso della parola nella nostra quotidianità politica e sociale. Se molti problemi e molti nodi inestricabili non possono che essere considerati drammatici, a volte tragici nella loro ineluttabile immodificabilità, è certo che uno sguardo al proscenio politico nazionale non possa che muovere al riso e all’ironia. Posizioni, scelte, programmi, indicazioni di leader politici o sindacali, analisi sociologiche, sembrano prendere spunto dalle incredibili varietà della commedia nella nostra storia. Si potrebbe dire, allora “non è una cosa seria”. Le vicende di questi decenni di trasformazione e di crisi del paese mostrano invece la estrema serietà dei fatti, delle realtà.
Quel che invece si distacca inesorabilmente e mostra la corda è la capacità di affrontare questi fatti e queste realtà da parte di una classe politica che anche nelle sue manifestazioni più pacate, frutto di esperienza, appare confusa, non in grado di comprendere nella sua totalità il quadro che la nazione esprime. E questo si riverbera anche nel confronto con l’Europa e la comunità internazionale.
Ciò che caratterizza da troppo tempo la vita politica nazionale è l’assenza ormai ontologica di una visione che sappia vedere che cosa l’Italia è diventata nel bene e nel male e indicare alcune, poche ma precise, linee di scelta e di intervento per affrontare questa realtà. Per dirla più semplicemente: se per risolvere A occorre fare riferimento a B e scegliere C come formula, è del tutto inutile e controproducente rappresentarsi anche D, E, F G, H, I e via discorrendo! Tutto questo dovrebbe far parte di un’analisi sociale e pre-politica che deve essere tradotta in decisioni e programmi politici e se possibile in democrazia, di governo.
Non occorre essere acuti per vedere che tutto questo è assente nella nostra quotidianità e di fronte ai nostri problemi. Assistiamo ad un’eterna e stucchevole commedia nella quale ognuno interpreta più parti, ponendosi a volte in contraddizione con se stesso. Un susseguirsi di quadri, quadretti, scenografie degne della commediola all’italiana. Quella fatta di episodi godibili, realistici, puntuali, ma senza alcun collante se non quello di un affresco senza senso compiuto. Una commedia dell’arte appunto, dove tutto e il contrario di tutto convivono allegramente.
Si ride, questo è certo, anche amaramente, ma alla fine si rimane nella convinzione che tutto va come sempre è andato e che intervenire è non solo inutile, ma anche defatigante.
Una condizione mesta, dunque nella quale sembriamo un po’ tutti aggirarci come il famoso Diogene che “cercava l’uomo”! Una ricerca la sua come sappiamo non fortunata e senza fine. Per il nostro paese, forse dobbiamo sperare in una evoluzione migliore. Con un limite: dobbiamo una volta per tutte decidere che scegliere una strada significa portarla avanti sino alla dimostrazione del suo valore, non cambiarla dalla sera alla mattina, ogni sera e ogni mattina!

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