Affluenza
di Roberto Mostarda

La prima considerazione che nasce dinanzi alla parola di questa settimana, affluenza, è che essa è l’esatto opposto di astensione, sulla quale ci eravamo soffermati prima dei ballottaggi. Si tratta in sostanza di due elementi tra loro connessi come in un rapporto tra vasi comunicanti. Se cresce l’astensione diminuisce l’affluenza e viceversa.
Nel dizionario il termine affluenza (di derivazione latina dal simile affluentia discendente dal verbo affluere), indica in primo luogo l’affluire di un liquido, esempio che ne da una plastica manifestazione anche fisica. Si parla allora di affluenza della acque, del sangue nelle vene; oppurein usi estensivi, anche di affluenza del denaro nelle casse dello stato; o delle merci sul mercato.
Allargando il concetto si arriva al valore più vicino del quale ci occupiamo. Ossia il concorso grande di persone ad un evento, ad un incontro. Ad uno spettacolo, ad un comizio e via dicendo. Pur riguardando persone il senso di un affluire è lo stesso e si percepisce come tale. Pensiamo ad espressioni come l’affluenza degli spettatori, della folla ad un discorso politico pubblico, o anche la previsione di un alto concorso di persone che si presume. Esiste anche con significato neutro, come affluire, cioè convenire, il recarsi ad un luogo: così si parla di affluenza alle urne che può definirsi alta, altissima, o scarsa.
Se l’astensione indica il distacco, la volontà di non esserci, di non partecipare a qualcosa, così l’affluenza denota invece la voglia di partecipazione, dell’esserci del non mancare ad un evento, ad un valore comune. Pensiamo alla condivisione di una manifestazione, di un concerto, di uno spettacolo.
Ecco, lo spettacolo che ci offre in questi giorni il risultato delle amministrative in Italia, indica proprio uno status mentale tendente in senso opposto a quello dell’affluire.
E mostra anche un altro elemento che non può non far riflettere: l’assenza, il defilarsi, il non esserci fa emergere il forte distacco dall’oggetto in questione: come una consultazione elettorale.
Un elemento che, contrariamente a tanta pubblicistica più che decennale sulla democrazia matura, mostra invece i segni opposti del degrado, del sentire inutile il proprio contributo o superfluo il partecipare. L’esito di questo atteggiamento è duplice. Da una parte si avverte lo scollamento, dall’altra sovente non si riesce più ad analizzare compiutamente l’andamento del consenso, dell’espressione della volontà popolare.
Oltretutto, non votando, si “delega” in modo consapevole o meno, a chi invece lo fa di decidere al nostro posto. E questo perché, prevalendo in questi anni un principio non scritto - ma che trova la sua legittimazione persino nei regolamenti condominiali – per il quale oltre una certa linea si calcola la maggioranza o la minoranza in chi si esprime, si ha come effetto riflesso quello di una scelta non solo mediata, ma parziale.
Unico elemento correttivo di questa situazione, ma anch’esso tutt’altro che positivo, è la crescita continua e sinora inesorabile di chi non va a votare. In questi anni, alle politiche si è assistito al crollo dalle percentuali “bulgare” della prima repubblica a quelle sempre meno rassicuranti di due terzi al voto. Naturalmente anche tra chi vota esiste una fetta di schede annullate, a volte non poche, e questo aggiunge una pennellata in più al risultato di chi non vuole più essere parte di una convivenza civile e democratica e decide di stare alla finestra. Una tendenza che non sembra conoscere inversioni e che trova nelle occasioni dei ballottaggi, previsti nel nostro ordinamento soltanto nelle amministrative comunali, la sua più plastica realizzazione. In queste occasioni assistiamo infatti ad un altro fenomeno: non vanno a votare in media i due terzi degli aventi diritto, con ciò consegnando alle comunità amministrazioni che rappresentano nel migliore dei casi intorno al 30 per cento della popolazione. Un triste epilogo della partecipazione democratica tante volte, troppe volte, chiesta a sproposito mentre la politica mostrava le sue facce peggiori al centro come nella periferia.
Inutile sottolineare che, accanto allo scarso numero di votanti, accade anche che per chi non vota vi sia la beffa di vedere al governo esattamente l’avversario che non si voleva. Una beffa autoinflitta, ovviamente, perché è icto oculi evidente come la risposta a questo dilemma, fosse nel partecipare, nel votare. E’ un caso da manuale che contraddice l’antico adagio “mal comune, mezzo gaudio”. Qui il male rischia di divenire endemico e il gaudio si allontana insieme all’affluenza che scema, come un fiume che va in secca, un lago che si svuota per la siccità. Possiamo dire che l’aridità sociale, la non condivisione del comune destino, sta producendo il peggiore dei suoi effetti: quando le acque si ritraggono, per le poche rimaste aumenta il rischio della concentrazione dell’inquinamento, il cui unico antidoto è sempre e solo quello della quantità, della presenza, della partecipazione. Un diritto va ricordato, ma che deve essere sentito anche come un dovere civile al quale non sottrarsi, per poi non ritrovarsi a lamentarci al bar sport per un risultato che non ci piace! Autolesionismo puro, potremmo dire, “tafazziano” alla massima potenza!

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