Astensione
di Roberto Mostarda

La scorsa settimana avevamo analizzato il termine ballottaggio, in relazione alle elezioni amministrative che si svolgeranno il prossimo weekend. La concreta evoluzione di questo istituto mostra e non solo in Italia di essere legata ad un fenomeno in parte fisiologico, in parte non facilmente spiegabile.
Ci riferiamo all’astensione dal voto, al non recarsi al seggio oppure a non esprimere una preferenza chiara. La parola deriva dal tardo latino abstentio, derivato del verbo abstinere cioè, appunto astenersi da qualche cosa (come atto singolo, o per un certo tempo, o come abitudine). In sostanza privarsi di una possibilità di scelta. Condizione che può avvenire in molti ambiti della vita quotidiana, dall’alimentazione, dal fumo, da qualsiasi attività in genere.
Nel significato che più si avvicina al nostro argomentare, più spesso, delinea l’astenersi dal partecipare ad atti o manifestazioni di vita pubblica o sociale: dalle riunioni, dalle assemblee, dalla convocazione e via dicendo. Quella alla quale abbiamo fatto riferimento in particolare, come abbiamo detto è quella dal votare. Un atto che può derivare da diverse motivazioni: come atto di estraneità, di disinteressamento da parte del singolo, sia, con riferimento a consultazioni elettorali o a votazioni parlamentari, come espressione di volontà contraria alla votazione, per motivi varî, da parte di persone singole o di interi gruppi (preceduta, talora, da esplicita dichiarazione), sia, infine, con riferimento a espressioni di voto in assemblee legislative, da parte di gruppi o partiti che, pur non facendo parte del governo, lo appoggiano astenendosi ad esempio dal votare contro.
Altre accezioni del termine si trovano in economia, come rinuncia a consumi presenti sia a favore di consumi futuri, sia al fine di investire nella produzione i beni risparmiati. Ancora in diritto, l’atto può riguardare la condotta di un giudice, ossia l’istituto per cui il giudice in determinati casi (per esempio se ha interesse nella causa) ha il dovere di astenersi dall’esercizio delle sue funzioni. Per non inficiare la posizione di terzietà che si richiede alla funzione giurisdizionale.
Facevamo dunque riferimento alla scelta di non esprimere il proprio voto in caso di elezioni locali, amministrative, politiche. Una volta si parlava solamente di questo fenomeno in relazione all’aumento dei non votanti in caso di appuntamenti elettorali ad un solo turno, fenomeno che ha continuato ad incrementarsi in parallelo al distacco progressivo dalla politica. E’ però soprattutto in caso di voti che prevedono un ballottaggio, nel nostro paese soltanto nelle amministrative, che si manifesta maggiormente il terreno più interessante di analisi.
Si dà infatti per scontato, questo il primo dato, che nel caso di un ballottaggio si evidenzi un forte distacco dal voto tra primo e secondo turno, insieme a scostamenti non sempre distinguibili tra aree elettorali diverse. Un elemento che se possibile aggiunge qualche interessante interrogativo su un sistema – quello a due turni – che è stato concepito per assicurare il massimo di rappresentanza e rappresentatività.
Per qualcuno chi ha votato al primo turno perde interesse a rifarlo al secondo con ciò astenendosi e facendo diminuire la partecipazione complessiva. Un gesto che si baserebbe sulla considerazione non sempre pacifica che il risultato appaia sovente scontato al primo appuntamento tanto da non far pensare a possibili sorprese nell’urna. La realtà spesso si incarica di rovesciare questa apparente certezza ridando la sua dignità all’istituto del doppio voto.
Appare evidente tuttavia, che lo stesso porsi interrogativi del tipo precedente faccia riflettere sul sostanziale scollamento che si è determinato tra l’esercizio del diritto-dovere di votare in un sistema democratico e il relativizzarsi del ruolo attribuito al proprio voto con la conseguente e progressiva disattenzione al suo esercizio. Un vulnus alla democrazia sostanziale del quale sarebbe opportuno occuparsi e non minimizzarne il significato come accade ad esempio quando si sente dire: quel che conta sono coloro che votano, sono loro che decidono, chi non vota, non conta! Fallace sicurezza quando le percentuali di astensione raggiungono la doppia cifra e si moltiplicano per due, tre, quattro. O quando in caso di ballottaggio a decidere è un quarto o poco più degli aventi diritto. Non vivendo in un sistema in cui si può delegare il proprio voto, il restringimento della platea dei votanti è un dato preoccupante e comunque indicativo della crisi di rappresentatività di un sistema politico.
Un elemento critico che dovrebbe costituire oggetto di analisi e di azione politica esso stesso e non essere relegato a dibattiti secondari e di puro scenario come invece vediamo accadere nel nostro paese da troppo tempo. Mentre il distacco e la disaffezione dalla politica hanno spinto sempre più verso il basso, la partecipazione elettorale che per qualcuno si sarebbe equiparata a quella di altri paesi più “maturi” del nostro. Una pietosa bugia per coprire le ragioni strutturali dei ritardi e delle criticità emerse nel nostro paese in questi decenni che hanno provocato una crescente disaffezione e dunque anche un’astensione dal diritto di voto visto ormai come superfluo e inutile per modificare la realtà! Una valutazione che andrebbe combattuta con forza e determinazione per cercare di invertire la tendenza!

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