Panico
di Roberto Mostarda

Senso di forte ansia e paura che un individuo può provare di fronte a un pericolo inaspettato, e che determina uno stato di confusione ideomotoria, caratterizzata per lo più da comportamenti irrazionali. In particolari situazioni, tale reazione può diffondersi rapidamente tra più individui di una folla, dando luogo a fenomeni di reazione collettiva. La crisi (o attacco) di panico è una manifestazione acuta, solitamente di breve durata, di ansia incontrollabile, non indotta da eventi ansiogeni noti né da malattie organiche, e associata a vistosa sintomatologia neurovegetativa (tachicardia, tremore, sudorazione profusa e difficoltà di coordinamento e di scelte consapevoli). Agli episodi di panico è attribuita di solito una propria autonomia, anche se spesso sono associati a condizioni ansiose o comunque a disturbi dell’umore (così sindrome bipolare, disturbi di personalità e così via).
Il termine deriva dal timor o terrore panico, quel timore misterioso e indefinibile che gli antichi ritenevano cagionato dalla presenza del dio Pan. E la parola deriva proprio dal greco πανικός (appunto panico) e poi dall’eguale termine latino come legato alla figura del dio Pan, relativo a Pan. Questa divinità, nella mitologia greca era il dio delle montagne e della vita agreste, patrono del riposo meridiano, ma ha anche un altro significato più estensivo ed è quello che riguarda la natura concepita paganamente o panteisticamente come forza vitale e creatrice, causa di sgomento e insieme oggetto di ammirazione: le forze paniche dell’universo ad esempio, un senso panico della natura; il carattere panico ad esempio della poesia dannunziana.
In sostanza, come dicevamo quello status psicologico e psicosomatico che si manifesta dinanzi alla sensazione di minorità di fronte a fenomeni, manifestazioni e comportamenti indotti da fatto incontrollabile di natura sia umana che naturale. In particolari situazioni, tale reazione può diffondersi rapidamente tra più individui di una folla, dando luogo, come abbiamo detto a fenomeni di panico collettivo. O anche a psicosi collettiva provocata dal diffondersi di notizie allarmanti. In questa modalità può assumere connotati in parte differenti da quella di un evento improvviso che vede coinvolta una moltitudine.
Quel che è accaduto nei giorni scorsi a Torino, in occasione di un evento sportivo, ha dato una conferma certo non richiesta né auspicabile ma significativa di quanto abbiamo descritto ponendo anche altri interrogativi non secondari, in un momento storico come quello attuale segnato da una forte criticità e discontinuità sotto il profilo del fenomeno terroristico globale.
La paura costante, la quotidianità delle notizie su atti violenti soprattutto in contesti di normalità e non di conflitto, nelle nostre città, hanno avuto nel capoluogo piemontese un primo gravissimo banco di prova, mettendo in evidenza aspetti del fenomeno che potrebbe essere indotto in caso di un vero e proprio atto di terrore compiuto tra la folla o contro persone inermi.
Gli attacchi compiuti in Francia, in Gran Bretagna, in Germania e in altre parti del mondo dall’estremismo islamico contro inermi cittadini intenti ad attività di svago, danno la misura del rischio che si corre nel più banale esercizio della propria libertà: questo il peggior ricatto dell’estremismo e il vero male contro il quale è necessario alzare il livello di resistenza e di resilienza, unico vero antidoto insieme al rafforzamento delle misure di controllo e sicurezza dello stato, pur nel necessario e da tutti auspicato e preteso rispetto delle libertà personali che sono il punto qualificante e distintivo delle nostre società aperte!
Quanto accaduto a Torino, aggiunge però qualcosa di più problematico e se vogliamo di sinistro! Non c’è stato un attacco terroristico, non ci sono stati atti efferati di violenza su qualcuno. Le indagini procedono su un terreno vischioso e per ciò stesso estremamente pericoloso nel suo significato sociale: che qualcuno abbia indotto un gesto di reazione irrazionale, innescando il panico in una folla intenta a guardare su maxischermo un incontro di calcio. La magistratura con estrema prudenza si muove in un territorio delicato per i suoi significati complessivi mentre i responsabili amministrativi e di polizia cercano di accertare lassismi nel rispetto di normative di sicurezza come il divieto di oggetti o bottiglie di vetro in simili contesti e all’origine di molte ferite delle persone coinvolte.
Tuttavia, non viene escluso un deliberato atto di induzione del terrore consistente in un “banale” allarme per attacchi o ordigni che, come abbiamo visto in diretta tv, ha prodotto però uno sbandamento di tale rilievo e portata nella folla da comportare un bilancio che definire spaventoso è limitativo: oltre 1.500 persone ferite in vario modo e tre in condizioni critiche. Sottovalutare quanto accaduto e sottostimarlo in termini politici sarebbe a sua volta criminale. Il nostro paese, graziato sinora da attacchi islamici, ha rischiato di pagare un tributo altissimo alla psicosi collettiva che come si è visto diviene incontrollabile e a suo modo violenta!
Le oltre 1.500 persone coinvolte con danni hanno il diritto di conoscere se quanto accaduto è derivato da atti deliberati ancorché folli di qualcuno e questo qualcuno deve essere individuato e punito adeguatamente. Definire la vicenda - se avvenuta per tali motivi futili - una bravata giovanile o di qualche buontempone, sarebbe altrettanto grave e forse, se possibile, di più di un deliberato atto di terrorismo. Se esiste un responsabile o responsabili dovrebbero essere trattati come veri e propri terroristi, anche a livello penale!

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