Soglia
di Roberto Mostarda

Non è termine frequente, ma più ricercato, spesso sostituito dal più brutale sbarramento, ma è certamente un vocabolo che torna ormai in modo costante ed a tratti ossessivo nella nostra vita politica (ma anche in economia, in diritto societario ad esempio) di questi travagliati decenni. Ci riferiamo alla parola soglia. Letteralmente il sostantivo femminile deriva dal latino “solea”, che indicava la pianta del piede, (in questo senso vi è un probabile svolgimento semantico influenzato dal germanico swalja (in moderno tedesco Schwelle). Comunemente e per estensione con essa ci si riferisce anche alla suola nelle scarpe.
Ancora, il vocabolo indica la lastra di pietra, la striscia di cemento o, più raramente, di legno che unisce al livello del pavimento gli stipiti di una porta o di altri vani d’ingresso. Sempre nel dizionario si parla di in significato estensivo di porta, entrata, ingresso. Pensiamo a frasi come stare, fermarsi, aspettare sulla soglia: oltrepassare, varcare la soglianon andare oltre la soglia. Come punto di ingresso viene anche usata come sinonimo di casa, di dimora. Ha anche un valore di inizio, principio, simile al termine limite. Nel linguaggio dell’edilizia (per analogia con quella del vano della porta), si intende la copertura, generalmente di pietra, del parapetto della finestra, comunemente davanzale quando il parapetto è molto largo, o si vuole coprire lo spazio delimitato dagli sguinci e dal parapetto, si dispone dietro la soglia, in prosecuzione di essa o un poco più bassa, la controsoglia, lastra piana di pietra o, più spesso, di legno. Sempre in tema di costruzioni, in quelle navali, è il corso più alto e più robusto del fasciame esterno degli scafi di legno; è sinonimo anche della striscia di pavimento all’ingresso del bacino navale che presenta una scanalatura per l’alloggio della parte inferiore del battello-porta. Altri significati scientifici o tecnici si ritrovano in idraulica come per le traverse di piccola altezza con cui si ottiene il rialzamento del fondo di un canale, allo scopo di ottenere un risalto della corrente.
Il vocabolo torna anche nella geografia fisica, dove si intende indicare il dislivello in forma di gradino, di origine erosiva, che collega una valle secondaria a una valle principale, ovvero che è in corrispondenza di una cascata. Anche in geologia, è la zona o fascia che delimita due facies di deposizione diverse o addirittura due diversi bacini di sedimentazione. In generale in questo ambito è anche il valore (detto talvolta valore di soglia appunto) che un determinato agente o una determinata grandezza deve raggiungere perché si produca un certo fenomeno. Il suo impiego si trova in psicologia, si pensi all’espressione soglia della coscienza. In fisiologia e fisiopatologia, è l’intensità minima che uno stimolo (tattile, termico, gustativo, ecc.) deve raggiungere per produrre un eccitamento. Come la percezione olfattiva, o in audiologia l’intensità energetica minima che un suono deve avere per produrre una sensazione acustica; tale intensità, a parità di altre condizioni, è in rapporto con la frequenza delle vibrazioni. Vi è anche la soglia del dolore, ossia il limite superiore della capacità di audizione, al cui livello le sensazioni acustiche diventano dolorose e via dicendo.
Comunque la consideriamo, in qualsiasi ambito, il valore principale della parola sta nel suo indicare inevitabilmente un punto, una linea fisica o mentale che delimita il passaggio da una situazione ad un’altra.
Ed è proprio questo l’ambito in cui la politica di questi decenni nel nostro paese, ha mostrato e mostra le sue patenti contraddizioni. Al di là del sistema elettorale attuale o prossimo venturo, il principio della soglia, dello sbarramento, sta proprio ella necessità di indicare un valore che permetta di impedire (si perdoni il gioco delle parole) la parcellizzazione eccessiva, dannosa della rappresentanza politica. Il tentativo di garantire un accorpamento tra simili che consenta di raggiungere una consistenza numerica degna di una rappresentanza soprattutto su base nazionale. 
La storia di questi anni ci racconta di oscillazioni tra estremi. Dal sistema proporzionale della prima repubblica si è passati – dopo il mattarellum – a un sistema maggioritario quasi secco, comprimendo piccole formazioni o bacini elettorali locali. Inevitabile nello sfascio istituzionale in cui non è mai nata la seconda repubblica, l’utilizzo di ogni codicillo parlamentare per ricreare partiti ad personam (nel senso di singoli però) o modificare le maggioranze parlamentari ricreando il caos del proporzionale puro e la sua capacità di condizionare in negativo qualsiasi passaggio legislativo privilegiando il particulare, il locale, il regionale, senza aver mai dinanzi il senso complessivo delle scelte (elemento che caratterizzava, nonostante tutto, la vecchia politica).
Lungi da rimpianti, ovviamente, esiste sempre il problema di un valore significativo e significante di una parte politica perché possa entrare in Parlamento. Come sempre però quel che sta accadendo mostra evidente la propensione a eliminare i piccoli, non tanto per rappresentarne le istanze, quanto per toglierli di torno e far tornare i calcoli sempre fallaci in questo paese delle maggioranze parlamentari e delle rappresentanze in genere. Non un buon sistema, ma un sicuro input verso successive e dannose stagioni di instabilità. I piccoli infatti servono spesso per non perdere di vista aree di interessi e valori che risulterebbero senza rappresentanza aumentando il distacco dalla politica. Nel nostro paese, tuttavia, hanno anche voluto dire egoismi e particolarismi non solo insensati ma controproducenti.
In medio, stat virtus, dicevano i latini. Il senso della misura può aiutare a trovare la soglia giusta che sia feconda per piccole formazioni e utile per l’equilibrio generale! 

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