La parola della settimana

Dimissioni
di Roberto Mostarda

Non vi è dubbio che da almeno due decenni il termine di questa settimana sia il motivo conduttore di ogni confronto, scontro, polemica, dialettica politica. Si potrebbe quasi dire che ogni giorno qualcuno chieda le dimissioni di qualcun altro, che si invochino le dimissioni, che si chiedano le dimissioni, che si diano le dimissioni (più raro!).
Le dimissioni sono in sostanza divenute il senso stesso di ogni azione, atto, percorso sociale, politico, economico e via dicendo. Per qualcuno sono un atto di debolezza, per qualcun altro un atto di coraggio, per altri sono un necessario gesto che prenda atto della situazione. Ancora ci si dimette per difendere la propria onorabilità, per provocare qualche cosa nell’ambito del proprio incarico o lavoro.
In sostanza l’atto del dimettersi sembra quasi divenuto un must, un obbligo sociale indipendentemente dalle ragioni, opportunità, significati, che esse possano avere o rivestire! Una deriva assolutista che ha reso un atto estremo, una sorta di strumento politico, facendone dimenticare il valore originario, il senso di una decisione sofferta, legata a vicende delle quali si riconosca la fondatezza, oppure si ravveda l’opportunità di rassegnarle, darle, a favore della chiarezza di un contesto nel quale vengano sollecitate o si ritengano opportune e coerenti.
In origine, dal punto di vista linguistico le dimissioni, dal verbo latino: dimittere stanno per: mandare via, licenziare. Singolare che all’origine l’atto in sé fosse visto come il risultato di una decisione esterna, altra, rispetto al soggetto/destinatario della stessa.
Nel concreto dispiegarsi, poi, ma mano si è trasformato in un atto cosciente e collettivo o individuale ma attivo, non passivo come in origine. Così il dimettere o il dimettersi da un impiego, da una carica, da un pubblico ufficio. Nel diritto del lavoro, le dimissioni, se volontarie, costituiscono un recesso unilaterale del prestatore di lavoro dal contratto di lavoro a tempo indeterminato; ma esistono anche quelle d’ufficio, ormai desuete ed in via di scomparsa perché sostituite con l’istituto della decadenza, disposte dalla pubblica amministrazione in seguito a un comportamento dell’impiegato cui l’ordinamento annette la presunzione che esso voglia abbandonare il servizio.
Quelle al quale la storia politica nazionale ci ha poi abituato, quasi all’eccesso, sono le dimissioni del governo, quelle che è obbligato a rassegnare un esecutivo in carica, quando una delle Camere abbia negato la fiducia o anche quando dissidî interni o altre ragioni ostacolino la funzionalità del gabinetto o rendano opportuna una sua diversa composizione.
Esiste poi un significato anche nel diritto canonico: nel senso di una rinuncia o la rimozione del titolare di un ufficio ecclesiastico, ancora l’espulsione da una comunità. 
Si parla di dimissioni anche nella sanità quando viene deciso che un paziente può lasciare il ricovero o quando l’equipe medica ritiene possibile l’atto di dimettere, cioè di lasciar andare un paziente potenzialmente ormai guarito.
Se poniamo lo sguardo alla realtà politica nazionale, negli ultimi anni, decenni, si può agevolmente registrare che il dare le dimissioni o essere costretti a darle, sia divenuto un elemento della lotta politica, quasi un succedaneo del ricambio generazionale o della necessità di rinnovamento delle istituzioni.
Può essere simpatico ricordare come nella famosa “prima repubblica”, il dare le dimissioni era atto raro e soprattutto vigeva il principio non scritto e consuetudinario che esse si dovessero minacciare ma mai dare in concreto, in un certo senso impiegandole come uno strumento politico che se agitato poneva in crisi gli equilibri e a dire il vero a volte gli equilibrismi sui quali si reggeva il sistema consortile tra partiti, sindacati, forze sociali.
L’avvento della mai realmente nata seconda repubblica, ha modificato questa realtà introducendo una nuova versione delle dimissioni: quella di atto reso necessario dall’essere destinatari di atti giudiziari, di avvisi di garanzia o di accuse politiche con risvolti legali. Questo ha dato vita alla stagione delle dimissioni motivate dalla prassi giudiziaria, anche se da tutte le parti si è continuata invano ad invocare la presunzione di innocenza sino a condanna definitiva, un caposaldo, almeno così si credeva, dello stato di diritto. La tendenza (per qualcuno deriva) ha così avviato dimissioni a catena nella classe politica al solo eco di un possibile coinvolgimento giudiziario. Ci si è dunque dimessi per difendersi meglio, per consentire al partito, agli altri, di essere liberi dal peso delle accuse personali e via elencando. La realtà è divenuta una sorta di pratica di pulizia di partiti, forze sociali, comunità per interposta persona, con ciò favorendo quel cambiamento e quel ricambio che la politica e il sistema ha costantemente impedito per decenni.
Improvvido tuttavia considerare positivamente quella stagione per questo motivo. Alle dimissioni di questo o quel potente o di questo o quel soggetto non ha infatti fatto da contraltare un reale cambiamento e un reale rinnovamento della politica come dimostra lo stato attuale. Si è decapitata (in molti casi si è autoeliminata) una classe dirigente senza averne una di rincalzo, e le conseguenze sono davanti ai nostri occhi ogni giorno da anni.
Oggi, poi, tra impossibili palingenesi etiche e presunte guide infallibili proprie dei momenti di smarrimento, l’istituto delle dimissioni ha subito e sta subendo l’ennesima metamorfosi recuperando un vecchio motivo: si chiedono le dimissioni di questo o quel ministro, di questo o quel politico di partiti avversi per creare le condizioni di crisi o di potenziale crisi a favore del “nuovo” o di quello che si pretende tale!
Una sola cosa continua a non avvenire, se non molto di rado: che si diano, vengano richieste o si scelgano come strada personale; le dimissioni quasi mai avvengono in un quadro chiaro di responsabilità o di assunzione di responsabilità.
Resta sempre qualcosa di inespresso, di non spiegato, di poco chiaro. Questo malgrado gli alti lai di qualcuno e i dissennati evviva di qualcun altro!

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