Voto
di Roberto Mostarda

La parola di questa settimana è strettamente legata, nella narrazione al diritto che con essa si esprime. Il voto, appunto, viene definito come manifestazione della volontà dei componenti di un gruppo, la forma più alta è quella che si riferisce ad una collettività nazionale, o di un organo nelle elezioni o nelle deliberazioni dell’organo. Il termine può indicare sia genericamente l’atto del votare, cioè dell’esprimere tale volontà sia il risultato dell’atto compiuto, del votare appunto. Nelle votazioni di organi collegiali, come nel caso di un referendum popolare il voto può essere deliberativo, se determina la decisione, consultivo se espone solo un parere non vincolante di cui altro organo potrà tenere conto, può anche avere valore abrogativo in determinati contesti.
Come abbiamo osservato, l’esercizio del voto si manifesta nel diritto di voto, un diritto costituzionalmente garantito, in Italia e in molti paesi del mondo, a tutti i cittadini maggiorenni, con particolari limitazioni ed esclusioni stabilite per legge, di partecipare con il proprio voto alla formazione degli organi elettivi, in tal modo esercitando la propria potestà di decisione; esiste poi il voto di preferenza, quello attribuito a un candidato della lista alla quale è dato il voto. Nelle consultazioni elettorali il voto può essere diretto o indiretto, a seconda che si voti per un’elezione di primo o di secondo grado.
Nella prassi parlamentare italiana, si esercita il voto di fiducia sul governo, richiesta dal governo stesso alle due Camere, per accertare la sussistenza della maggioranza che lo sostiene in Parlamento.
Di voto si parla anche a scuola e ad esso si connette la valutazione di merito, relativa a una singola prova o a una serie di prove, per lo più espressa con numeri o con lettere.
Il voto si qualifica anche come impegno o promessa di compiere una determinata azione, di fare o non fare qualcosa, liberamente assunti davanti alla divinità da una persona o da un gruppo, può essere condizionato se l’impegno è condizionato al soddisfacimento o alla realizzazione della richiesta o del desiderio espressi; non condizionato o semplice, se non vi è una contropartita specifica ed esplicita.
Nel diritto internazionale, si chiamano voti le espressioni di desiderio relative a determinati comportamenti degli stati, che una conferenza, o un ente internazionale, manifesta, su proprio impulso, e senza creare alcun obbligo giuridico per gli stati partecipanti alla conferenza stessa, o membri dell’ente internazionale di cui si tratta. Questi voti si distinguono dalle raccomandazioni potendo queste, in certi casi, produrre determinati effetti giuridici rispetto agli stati cui si riferiscono, e si distinguono anche dai pareri, essendo questi emanati non già spontaneamente come i voti, ma su sollecitazione degli stati o di altri enti internazionali.
Come ben si comprende siamo dinanzi ad un concetto ampio e che accompagna soprattutto la vita di quei paesi che definiamo democratici dove il voto non subisce condizionamenti o limiti stabiliti da chi detiene il potere. Si tratta dell’atto fondante di un sistema libero e democratico, dove il cittadino consapevolmente può decidere e determinare l’orientamento politico del paese o scegliere tra diverse proposte di governo. Un diritto non comprimibile in termini di libertà, a volte condizionabile, ma manifestazione evidente di una concezione plurale e moderna della convivenza e delle scelte di una nazione, di un popolo. La storia passata e anche recente ci mostra come a volte lo strumento del voto viene usato da leader autocrati e non liberali per tentare di rafforzare il proprio potere con la conseguenza immediata di cercare di contenere ed orientare quel diritto con il quale cercano la propria ascesa e il proprio permanere al potere.
Di fronte a questa situazione, estremamente delicata e seria, e alla concezione complessiva del diritto di voto, non si riesce bene a comprendere l’ultima uscita del leader dei cinquestelle Grillo. Probabilmente nel tentativo di uscite ad effetto, quelle simil vaffa che gli hanno consentito di imporsi nel quadro politico nazionale, ha affermato di essere favorevole all’estensione del diritto di voto in Italia ai sedicenni per superare le attuali limitazioni (18 anni per la Camera, 25 per il Senato)! Una proposta che definire stravagante è poco. Sia perché comporterebbe necessariamente stabilire una nuova soglia per la cosiddetta maggiore età abbassandola a sedici anni, sia perché metterebbe le decisioni politiche o simili, nelle mani anche di giovani certamente svegli, ma che ancora non hanno completato almeno il ciclo degli studi. Per una democrazia matura, un elemento quanto meno auspicabile.
Ancora, se proprio si vuole modificare lo stato attuale, si potrebbe intanto abbassare l’età per il voto al Senato equiparandola a quella della Camera, dato la sostanziale eguaglianza tra i due rami del Parlamento peraltro ribadita dal voto referendario del dicembre 2016. Insomma non sembra né intelligente, né tanto meno coerente con chi vuole governare il paese, fare proposte così smaccatamente di rottura e con il neppur tanto recondito intento di facile consenso sul fronte della protesta fine a se stessa! Ma questo per il guru è pane quotidiano e materiale del quale ha fatto e fa largo uso. Basti pensare alla penosa figura di fronte alle accuse della stampa americana sulla questione dei vaccini. Secondo i media d’oltre Atlantico, ma anche secondo la semplice ricostruzione documentale dei suoi interventi nel tempo, ha sempre ritenuto di accusare case farmaceutiche e governi di lavorare contro la salute trasformando un confronto che dovrebbe essere scientifico in una manifestazione delle teorie del complotto care a certa narrazione del movimento da lui costruito.

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