Incompatibilità
di Roberto Mostarda

Sono come sempre molteplici i significati palesi e secondari delle parole della nostra lingua, così da renderne l’interpretazione estremamente variegata e complessa. Il termine scelto questa settimana si collega soprattutto a quelle condizioni considerate incongrue con le norme e in particolar modo a queste fattispecie in campo politico.
In genere, la parola incompatibilità indica una condizione per cui due o più cose o situazioni sono tra loro in contrasto e non compatibili l’una con l’altra, sicché non possono coesistere o conciliarsi. Vi può essere incompatibilità di opinioni, di idee, di esigenze diverse, o ancora, tra provvedimenti, fra due negozi giuridici, tra due pubblici uffici nella stessa persona, fra cariche amministrative o politiche e professionali. Ma si parla anche di incompatibilità di carattere, impossibilità di buon accordo fra due persone troppo diverse per idee, gusti e via dicendo. Con riferimento particolare poi a coniugi, si delinea una delle cause che possono dare luogo alla loro separazione.
Ma incompatibilità si riscontra anche in altri campi, come per esempio in botanica, dove indica il carattere del polline che non germina se viene a contatto con lo stimma dello stesso fiore o di altri fiori della stessa pianta o anche di piante diverse (nell’impollinazione incrociata tra due o più varietà, per esempio di alberi da frutto). Se parla in chimica, per spiegare l’incapacità di certe sostanze a coesistere in presenza l’una dell’altra senza subire alterazioni. Nella tecnica farmaceutica si distingue quella assoluta, quando mescolando le varie sostanze non è possibile evitare una loro trasformazione in composti privi di azione terapeutica; o relativa quando è possibile ovviare all’inconveniente senza alterare la proprietà del medicamento. E, sempre in medicina, indica il fenomeno per il quale l’associazione di due o più farmaci porta all’annullamento delle loro peculiari azioni terapeutiche o all’inversione di una di esse, oppure determina la formazione di derivati tossici.
C’è poi l’impiego in fisiologia dove si spiega la condizione d’intolleranza da parte di un organismo in un particolare stato fisiologico (gestazione, allattamento, e così via) nei confronti di un determinato farmaco. In immunologia, si indica quella materno fetale come la condizione che è alla base della malattia emolitica o eritroblastosi del neonato. Infine, in matematica, quale condizione di ciò che è incompatibile di un sistema (di equazioni, di postulati, e via dicendo).
L’aspetto che come sempre attira la nostra particolare riflessione, è quello che attiene al nostro panorama politico o amministrativo. In questo ambito, non vi è che l’imbarazzo della scelta per parlare di questa particolare situazione. Dall’inizio della stagione di mani pulite è stato tutto un moltiplicarsi e un susseguirsi di analisi e di aperte denunce nei confronti di casi di incompatibilità. Negli ultimi venticinque anni si può dire anzi che la chiave di volta della battaglia politica sia divenuta in tutto e per tutto una lotta tendente a dimostrare l’incompatibilità di qualcuno per qualcosa, per un ruolo, un incarico e chi più ne ha più ne metta. Va subito detto che in moltissimi casi si poteva parlare chiaramente di forme di incompatibilità, di sovrapposizioni di ruoli tra loro antitetici e perciò stesso emendabili. Senza che però a questa constatazione seguissero poi atti conseguenti. Il risultato è stato dunque un accatastarsi, un moltiplicarsi, un ammucchiarsi di situazioni incompatibili con l’ovvio corollario di confusione e richieste continue di sciogliere queste condizioni critiche.
Lo stato attuale non sembra indicare una qualche positiva evoluzione. A parole si denunciano come sempre le incompatibilità. Nella pratica esiste sempre un motivo, un corollario, un comma, un codicillo per il quale la tale incompatibilità non è tuttavia incompatibile in assoluto con la tal’altra condizione. Fatta la incompatibilità si potrebbe dire, trovato l’escamotage. Ora sostanziale, ora teorico.
Il casus che da tempo attira l’attenzione, anche perché si situa in un territorio fortemente reattivo e complesso, è quel che riguarda l’entrata in politica di magistrati e le incompatibilità conseguenti. In sostanza si osserva che la politica non può essere per i togati una sorta di esercizio di “sliding doors” con il corollario di situazioni incompatibili in senso ampio, in senso pratico e in senso etico.
E, pure, dato il particolare territorio concettuale e pratico, il tema resta sempre aperto e le interpretazioni rasentano la giurisprudenza più che l’applicazione del diritto. Basti ricordare tra le tante, la vicenda del governatore della Puglia, magistrato inquirente in aspettativa, candidato alla segreteria del Pd. Criticato dagli stessi magistrati, si difende invocando norme, nulla osta, codici e codicilli per i quali rifiuta di dimettersi dalla magistratura dal cui esercizio sembra sempre più allontanarsi! Solo che per le “guarentigie” che tutelano il potere giudiziario, non è molto semplice indurre un suo componente a dimissioni più o meno necessarie od opportune!
In molti casi di professionisti prestati alla politica, incompatibilità sono emerse e sono state criticate per i riflessi sulla imparzialità di esercizio del ruolo legislativo o amministrativo. Un giornalista che fa l’imprenditore, un imprenditore che vuole divenire burocrate, un medico che si occupa di economia e via via così! Si potrebbe dire che se ognuno stesse al suo posto non vi sarebbero incompatibilità di sorta. Ma passione, ambizione, interessi, delle persone spingono anche in territori diversi dai propri e contro ogni logica! Tuttavia, nel caso di magistrati in politica, in gioco vi è sempre (nell’andare e nel tornare alla toga) quello che dovrebbe essere costituzionalmente il fondamento stesso della funzione giurisdizionale: la terzietà del giudice a garanzia dei cittadini e dell’applicazione giusta del diritto. Ma se un magistrato esprime posizioni politiche e/o ideologiche ed entra in politica e poi ne esce e vuole ritornare nelle aule dei tribunali, quel fondamento scricchiola e non poco, anche indipendentemente dalle persone. E’ il principio quello che conta, potremmo dire ed è sentimento che si manifesta icto oculi. Il non volersi dimettere fa parte poi di un altro piano di valutazioni anche personali, sulle quali ci permettiamo per ora di stendere un pietoso velo!

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