Alias
di Roberto Mostarda

Il termine scelto si trova eguale nella lingua italiana ma deriva dall’omonimo vocabolo latino. Il suo significato si manifesta sia come sostantivo che come avverbio. In questa seconda accezione vuol dire in sostanza “altrimenti”; in questa veste si interpone per lo più tra il nome reale di una persona e lo pseudonimo o il soprannome o il titolo con cui è generalmente nota. Si dice allora Tizio Sempronio alias Caio! Spesso viene impiegato in senso ironico per esprimere una garbata forma di critica nei confronti di alcuno che si nasconde sotto uno pseudonimo.
Altro uso, assai più moderno e meno tradizionale è quello che avviene nelle reti informatiche, e in particolare sul web, dove come alias si intende un nome fittizio con cui un utente può identificarsi all’interno di una comunità virtuale; in inglese lo conosciamo come nickname. Ancora lo troviamo come nome semplificato che sostituisce nomi più complessi per identificare un indirizzo di posta elettronica, un indirizzo internet e sim. Meno comune in archivi o banche dati, la parola è sinonimo di variante.
Termine in qualche modo simile è pseudònimo, sia aggettivo che sostantivo, derivante dalle parole greche pseudo - derivato dal verbo che significa “mentire” - e onoma (cioè nome). In questa versione lo troviamo sovente in letteratura. Qui si intende parlare di opera pubblicata o nota sotto un nome diverso da quello vero del suo autore. Oppure si indica un nome diverso da quello reale usato da uno scrittore, un poeta, un giornalista, un artista e simili che non voglia o non possa firmare le proprie opere con il vero nome.
Sotto l’aspetto giuridico, lo pseudonimo è tutelato dalla legge quando abbia acquistato la stessa importanza del nome, con le stesse modalità che difendono il diritto al nome.
Questo tentativo di impronta culturale (forse pseudo tale, per rimanere in tema) ci introduce all’analisi di una situazione paradossale che, accanto a quelle più comiche o pseudo tragiche, sta caratterizzando la vicenda politica italiana e soprattutto la storia più recente del partito democratico.
La cronaca ci narra della decisione di alcuni storici esponenti dell’area ex comunista del partito di lasciare la formazione a guida Renzi per dar vita ad un nuovo movimento che dovrebbe porre le basi per una  nuova sinistra più sinistra della sinistra attualmente presente in Italia, cioè quella presidiata per così dire da Sel e dai suoi succedanei. Impresa alla quale si sono associati proprio alcuni esponenti del movimento che fu di Vendola nella disperata ricerca di una palingenesi che porti questa area politica fuori dal cono d’ombra nel quale si è andata a porre vivendo una grama vita fatta di abbandoni, scissioncine, divisioni e distinguo a volte incomprensibili a meno di non scomodare oltre alle tesi marxiane anche quelle per così dire “junghiane”!
Ora, questa decisione presa da personaggi come D’Alema, Bersani ed altri, sta mostrando una singolare evoluzione. Non avendo bisogno di dichiararsi fuori dal partito, ossia avviare una scissione da loro guidata - la realtà è che dall’arrivo di Renzi questi esponenti hanno diviso la propria storia politica da quella del resto del partito con una distanza e una spocchiosa alterigia degna della migliore aristocrazia comunista – ma volendo a tutti costi mostrare di avere un seguito e soprattutto di mirare a salvare quella che Bersani ha sempre indicato come la “ditta”, si sono trovati ad agire per interposta persona, per così dire!
Ecco allora che sta nascendo DP (ovvero democratici e progressisti), nome peraltro già presente a livello regionale come componente interna al Pd e che ricorda quello più antico di Democrazia Proletaria, gruppuscolo di estrema sinistra dei ruggenti anni settanta, e nasce attraverso degli “alias”, ossia dei soggetti apparentemente diversi dai leader ma loro espressione “geografica” per ricordare l’espressione dell’austriaco Metternich ai tempi del Congresso di Vienna.
Ecco dunque il governatore della Toscana, Rossi e il bersaniano Speranza guidare la pattuglia scissionista ma senza mostrare alcuna identità politica specifica se non quella dei loro aventi causa. Dunque nella immaginifica capacità di scindersi della sinistra, appare ora la figura del politico alias, della scissione per alias, ossia in buona sostanza della “alias-politica”!
Ma, sin dalle prime battute, si è capito che si tratta in realtà di un teatro dei pupi, delle marionette. Infatti, ad ogni piè sospinto e in modo imbarazzante più che le idee e i programmi della nuova formazione timidamente delineati dagli alias, il proscenio continua ad essere occupato dai toni da tragedia greca, forse invece bisognerebbe scomodare Aristofane, di Bersani e D’Alema. Il mantra è quello classico di chi viene da quella che Lenin indicava come l’avanguardia (allora della classe operaia, oggi non si sa!): noi siamo nel giusto, noi siamo la risposta, quelli (Renzi e il resto del Pd) hanno fallito, il sol dell’avvenir arride alla nostra decisione e via celiando e addentrandosi in meandri sempre più indistinguibili ma degni di un’analisi psicosomatica!
Il dato più allarmante, tuttavia, rimane la politica per alias che avvicina questa nuova (?) realtà al movimento di Grillo, dove gli esponenti aprono bocca, recitano la lezioncina, ma vengono corretti e bacchettati dal guru se si permettono qualche volo pindarico o qualche timida concessione al ragionamento!
Insomma, una volta i radicali inventarono il partito transnazionale. Oggi gli ex pci stanno creando quello che potremmo definite un partito “transmentale”! Poveri noi!

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