Insaputa
di Roberto Mostarda

Se non venissimo colti da un subitaneo scossone e da necessaria e incontenibile ilarità, potremmo ricordare la celebre frase di Socrate, quando il grande filosofo greco affermò “io so di non sapere”, intendendo delineare l’unica grande dote di chi vuole comprendere il mondo, le sue cose e quello che accade: l’umiltà di ammettere la propria ignoranza. E questo anche se si è dotati di indubbie qualità e di formazione indubbia! Una lezione questa di valore imperituro, il nocciolo stesso della filosofia e del cammino del pensiero dell’uomo attraverso la conoscenza, alla ricerca della verità o delle verità dell’esistere. Un’attitudine che andrebbe insegnata sin dall’infanzia a contrasto della tendenza all’assolutismo ignorante e al pressappochismo petulante scambiati o utilizzati come merce politica e/o sociale. In questa stagione di populismi vari e tutti fondati sulla superficialità e l’ignoranza sostanziale, di cervelli potremmo dire all’ammasso, una merce rara e preziosa.
Purtroppo una merce o una dote meglio ancora che non sembrano abitare nel nostro ceto politico tradizionale ma, ed è questo motivo di maggior preoccupazione, neppure in quanti intendono proporre un modo nuovo, diverso e discontinuo di amministrare la cosa pubblica dalla dimensione locale, sino a quella nazionale e oltre!
Ci riferiamo a quella che possiamo serenamente definire “l’epopea dell’insaputa”. Partiamo dal dizionario e dalla grammatica per un termine ormai conosciuto ma di cui si ignorava nell’uso comune la presenza sino a qualche anno fa! Anche se espressioni come “non so nulla, se c’ero dormivo” e simili non sono mai mancate in tutte le epoche. L’insaputa, allora, è un sostantivo femminile che proviene come è facile intuire dal verbo sapere con l’aggiunta del prefisso in, ricalcato sul francese “à l’insu de ..., à mon insu,” e via dicendo.  Il significato è quello di non consapevolezza, quindi potremmo dire “saputa”;  si usa solo nelle locuzioni più frequenti come all’insaputa di qualcuno, di tutti, dei genitori e simili. Vale a dire senza che qualcuno o che alcuno lo sapesse, senza far sapere nulla ai genitori; oppure a mia, a nostra insaputa, ossia senza che io, che noi lo sapessimo, di nascosto da me, da noi e così via.
Si tratta come osserva il dizionario di locuzioni che sono riferite di solito a persone che operano o a fatti che avvengono senza che ne siano prima messi al corrente coloro che per vincoli di parentela, di amicizia, di dipendenza o per altre ragioni avrebbero diritto di esserne informati.
La particolare categoria che ci interessa è quella dei politici che, caso strano, si trovano sempre ad avere qualcosa, qualche vantaggio, qualche bene a propria disponibilità ma di cui affermano di non sapere provenienza e o causale. Abbiamo così assistito a case “regalate” ad insaputa di questo politico o a beni a disposizione di qualcun altro, sempre ad insaputa del “malcapitato” destinatario!
Per chi vive nella normalità alle prese con i problemi quotidiani, propri, di famiglia, di lavoro, di gruppo, non capita mai di ricevere qualcosa senza che nulla si sia conosciuto in proposito e sovente se ne conosciamo qualche particolare è sicuramente qualcosa di negativo e non di vantaggio come osservavamo poco sopra!
Stupisce così, sia detto per inciso un po’ delude e un po’ preoccupa, che ad essere “vittima” di questa sindrome sia stata la “cittadina” chiamata alla guida della città di Roma. Ad essa sono state intestate “a sua insaputa” almeno una se non di più – secondo alcune voci peraltro non confermate ancora dalla magistratura – polizze a favore dal capo della segreteria dello stesso ufficio del primo cittadino! Prassi consueta, atto dovuto, si potrebbe pensare? Nulla di tutto questo. E se per i giudici non vi sarebbero profili di natura giudiziaria, certamente la sensazione che si prova dinanzi all’accaduto non è quella di una serena presa d’atto. C’è qualcosa che non è chiara in questa “apparente” normalità con la quale mentre la città sprofonda – malgrado i grandi programmi per il suo avvenire del movimento cui la sindaca appartiene – e ad oltre otto mesi dall’inizio del mandato, i nuovi amministratori si distribuiscano tra di loro, all’insaputa ovviamente, polizze assicurative per il futuro!
Ecco perché se da un lato il socratico “so di non sapere” non ci soccorre, dall’altro si aggrava la sensazione di superficialità complessiva, quando non di “uso della cosa pubblica” in modo non proprio commendevole. In privato tutto sarebbe stato se non lecito, comprensibile, ma al livello di cui parliamo risulta non soltanto indecoroso ma anche offensivo per quanti si arrabattano ogni giorno alla ricerca di un lavoro o ai cittadini che arrancano tra buche, inadempienze, rifiuti di ogni natura e tipo! Di tutti i problemi dei quali l’amministrazione avrebbe dovuto occuparsi in primis prendendo in carico la grave condizione della capitale, certamente quello di stipularsi polizze all’insaputa, risulta essere il meno importante, il meno urgente, il meno necessario e soprattutto, il meno decente!
A meno di non abituarsi a intravedere in questi comportamenti, un segno della discontinuità gabellata e sbandierata ai quattro venti di cui i nuovi amministratori si ammantano ogni giorno. Ma attenzione! Avviso ai naviganti delle cose romane: questa non è discontinuità, ma becera continuità con metodi “antichi”, familistici che nulla dovrebbero avere a che vedere con una città come Roma e con i bisogni drammatici che chiedono risposta e decisioni! Otto mesi dopo la sensazione del vacuum si rafforza e lascia attoniti! Povera capitale.

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