Populismo
di Roberto Mostarda

Al di là del valore non positivo della desinenza “ismo” comune a molte altre parole, si potrebbe dire che una sorta di spettro torna a riaffacciarsi nel mondo e in Europa, dopo la tragica stagione che portò ai totalitarismi del secolo scorso. Parliamo del termine populismo. Di origine anglosassone con grafia simile alla nostra “populism”, in realtà la radice concettuale della parola si rifà al termine russo “narodničestvo” (dove narodni sta per popolo). Ed è infatti ad un movimento culturale e politico sviluppatosi in Russia tra l’ultimo quarto del sec. 19° e gli inizî del sec. 20° che si fà riferimento. Tale movimento si proponeva di raggiungere, attraverso l’attività di propaganda e proselitismo svolta dagli intellettuali presso il popolo e con una diretta azione rivoluzionaria (culminata nel 1881 con l’uccisione dello zar Alessandro II), un miglioramento delle condizioni di vita delle classi diseredate, specialmente contadini e servi della gleba e la realizzazione di una specie di socialismo rurale basato sulla comunità rurale russa, in antitesi alla società industriale occidentale.
In modo estensivo, prosegue il dizionario, si intende con populismo l’atteggiamento ideologico che, sulla base di principî e programmi genericamente ispirati al socialismo, esalta in modo demagogico e velleitario il popolo come depositario di valori totalmente positivi. Con significato più recente, e con riferimento al mondo latino-americano, in particolare all’Argentina del tempo di J. D. Perón indica una forma di prassi politica, tipica di paesi in via di rapido sviluppo dall’economia agricola a quella industriale, caratterizzata da un rapporto diretto tra un capo carismatico e le masse popolari, con il consenso dei ceti borghesi e capitalistici che possono così più agevolmente controllare e far progredire i processi di industrializzazione. In ambito artistico e letterario, poi, rappresentazione idealizzata del popolo, considerato come modello etico e sociale.
Tra i tratti comuni alle diverse accezioni particolare rilievo politico assume la tendenza propria dell’idea populista di svalutare forme e procedure della democrazia rappresentativa, privilegiando modalità di tipo plebiscitario, e la contrapposizione di nuovi leader carismatici a partiti ed esponenti del ceto politico tradizionale. Il fenomeno russo di fine Ottocento venne indicato come populismo rivoluzionario e costituì in parte il terreno sul quale maturò poi la rivoluzione di ottobre che ne riprese alcuni elementi agli inizi del secolo scorso. La variante latino-americana – con caratteri oscillanti nel tempo tra sinistra e destra - si manifestò invece a partire dal secondo decennio del Novecento ed ebbe il suo massimo sviluppo tra gli anni 1930 e gli anni 1950. Nonostante le differenze riscontrabili nei singoli Stati il fenomeno fu caratterizzato da alcuni elementi comuni, quali l’esistenza di una situazione socio-economica in rapido mutamento per il passaggio da economie prevalentemente agricole a economie industriali e da sistemi politici a partecipazione molto limitata a sistemi a partecipazione più estesa; la presenza di masse urbane di recente trasferitesi dalle campagne e non integrate; l’emergere di un leader carismatico, che si presenta come portavoce delle esigenze del popolo; la mobilitazione delle masse da parte del leader attraverso l’esaltazione dei valori nazionali e l’instaurazione con esse di un rapporto diretto, non mediato dalle istituzioni tradizionali. Spesso tali regimi furono sostituiti al potere dalle forze armate, l’unica istituzione consolidata in grado di mantenere un elevato controllo sociale.
Un rapido excursus che, ovviamente, mutatis mutandis, ci fornisce qualche elemento di riflessione sull’oggi nel mondo (dopo l’elezione di Trump ma non solo) e nel nostro paese.
E’ indubitabile che la lunga crisi economica ha provocato il rinascere di sentimenti che si ritenevano appannaggio di altre epoche, dimostrando l’immutabilità della natura umana malgrado la crescita, la cultura e l’evoluzione sociale. Come non notare infatti che nella narrazione dei leader che oggi si richiamano in Italia e in Europa al tale tipo di atmosfera politica, si riscontrino i suddetti elementi: valutazione solo positiva del sentire popolare senza mediazioni, emergere almeno nelle intenzioni di leader “carismatici” comunque “assolutisti” che rifiutano mediazioni politiche tradizionali e si richiamano ad un dialogo diretto con la gente con poche ma efficaci parole d’ordine dietro alle quali, però, sovente non c’è null’altro che l’immaginario che si vuole esaltare!
La crisi della politica che colpisce tutto l’Occidente e il nostro paese in esso (discorsi assolutamente diversi si devono fare per le altre realtà mondiali dove la democrazia rappresentativa spesso non si è mai realmente affermata) ha provocato il ritrarsi dell’azione politica tesa ad integrare, conciliare le diversità dinanzi alla spinta di questi movimenti prima sociali che politici e il cui sbocco politico è peraltro quasi sempre al di sotto delle aspettative. Le parole populiste però vellicano desideri anche inconfessabili di “ordine” e di “pulizia” e dunque la necessità di identificare che cosa e chi va riordinato e pulito, creando le premesse di divisioni e discriminazioni pericolose per la stabilità sociale. Nessuno di questi fenomeni infatti ha storicamente prodotto risultati positivi ma solo illusioni di essi e il risveglio successivo è sempre stato più drammatico delle parole altisonanti usate per ottenere consenso. Perché se è vero che occorre ascoltare e coadiuvare la volontà popolare non è utile ad alcuno farne un totem. E la stessa volontà popolare può provocare sconfitta e caduta dei leader populisti dopo gli allori, quando la realtà si incarica sempre di dare le vere chiavi di lettura degli avvenimenti e mostrare che atteggiamenti manichei sono solo forieri di danni successivi più di quanto siano capaci di risolvere i problemi per i quali vengono evocati ed esaltati!

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