Condivisione
di Roberto Mostarda

Nei giorni in cui il presidente della Repubblica ha ricordato i 220 anni della bandiera tricolore, forse l’unico elemento veramente distintivo della nostra complessa identità nazionale, un tempo lontano da schematismi, populismi, e da molti “ismi” e soprattutto affrancato da ipoteche politiche contemporanee, forse è utile riflettere su un tema che sembra perdersi talora in mille rivoli ma che solo può e deve dare consistenza al nostro cammino di paese, ancor prima che di nazione.
Parliamo della condivisione, ossia l’atto del condivìdere, ossia dividere con qualcuno qualche cosa, un’idea, un oggetto, un impegno e via dicendo.Nel dizionarioal sostantivo si arriva attraverso il verbo che parte dal concetto appunto del dividere, spartire insieme con altri: ad esempio, il patrimonio è stato condiviso equamente tra i fratelli. Altro significato quello di avere in comune con altri: il che può riguardare qualcosa di materiale, ma più spesso si fa riferimento a qualcosa di immateriale, come un’opinione, una passione. La forma del participio passato condiviso, ha il valore verbale o di aggettivo come ad esempio “è un’opinione condivisa da molti”; obiettivi, programmi largamente condivisi, che incontrano largo consenso.
Quest’ultima interpretazione ci porta alla questione che è alla base di queste riflessioni. Il capo dello Stato ed altri illustri pensatori lo affermano da tempo e ne fanno spesso elemento del loro argomentare, mentre il crollo di ideologie e di partiti tradizionali ha parcellizzato non solo le posizioni ma anche i riferimenti storici. Non è una vicenda soltanto italiana, ma europea in primis e i cui effetti mostrano evidenti rilievi anche in realtà a noi lontane e diverse per nascita e sviluppo.
Per occuparci del nostro particolare, per così dire, è evidente che la condivisione in politica e nella società, malgrado molti buoni esempi ed esperienze ci facciano sperare, non alberga da tempo nella sua forma più compiuta e stabile. La frantumazione politica e prima ancora sociale del paese sotto le spinte della crisi economica ha prodotto e continua a produrre elementi tossici che privilegiano il dividersi, l’etichettarsi, con il risultato nefasto di dare a queste posizioni il senso di scelte spesso impossibili e comunque di ardua analisi solo che si voglia avere un po’ di umiltà e di coraggio nel capire e comprendere le realtà al di là del proprio ombelico e al di fuori degli stretti interessi di bottega.
Se si seguisse il filo di certe aberrazioni logiche il nostro paese tornerebbe alla divisione preunitaria, ai tanti staterelli vassalli di grandi potenze, ma tranquilli nella loro sostanziale irrilevanza! Uno scenario assurdo e antistorico mentre la forza dell’economia mondiale si concentra e dunque contrapporsi ad essa con entità minimali è non solo illogico ma anche autolesionista, a meno che chi propone questo non sia impegnato in forme di autoesaltazione degne sovente di ricovero sanitario obbligatorio!
Il richiamo alla condivisione fatto dal capo dello Stato non è retorico e frutto di buoni sentimenti, ma la constatazione che le tossine contrarie stanno avvelenando anche quel che di buono esiste nella condivisione nazionale. Il nostro paese risultato di molte diversità e di molte culture ha avuto per decenni il pregio di cercare una visione complessa ma comune in cui le differenze fossero di arricchimento e non snodi critici. La storia delle piccole nazioni preunitarie va vista nell’alveo dell’analisi storica come anche l’idea dell’unità che prese corpo lontano e molto prima dell’arrivo del regno di Sardegna e degli avvenimenti dei quali si fece protagonista nelle guerre di indipendenza. Si intende dire che il sogno di un paese unito, in ricordo di quella che una volta si indicava come la pax romana, è nato nelle menti e nei cuori di italiani che vivevano nel Piemonte, nel Lombardo Veneto, dei ducati emiliani, nello stato pontificio e nel Regno delle Due Sicilie, che si richiamavano a quell’unità culturale data dalla lingua scaturita dal latino, a quel valore di critica delle divisioni che spesso occhieggiava nei grandi scrittori dal trecento in poi contro particolarismi e partigianerie senza costrutto e senza storia!
E’ a questo substrato comune, spesso disconosciuto nella esaltazione dialettale, nella sostanziale ritirata della lingua comune in atto persino nella formazione scolastica, che si richiama chi cerca di pensare un po’ più elevato, riferendosi a quella cultura che ci fa unici nel mondo. Una cultura che origina da molte diversità più che da affinità, da visioni spesso confliggenti eppure capace di avere una nota comune, ineliminabile e più forte di ogni divisione.
Condividere dunque un’idea di Italia per il futuro non solo è opportuno e positivo, ma è anche un omaggio a chi questa cultura inimitabile ci ha consegnato. Senza dimenticare il fascino che la civiltà romana ha esercitato persino sui barbari che volevano farne bottino. Una lezione da non nascondere e dimenticare!
Non sono elucubrazioni retoriche, ma un saldo richiamo alla necessità di guardare al futuro del paese consapevoli che sono molto più le cose che ci uniscono di quelle che artatamente si vorrebbe fossero divisorie.
Senza tralasciare, ovviamente, che la condivisione non è un dato ontologico ma qualcosa che si realizza ogni giorno e che richiede impegno e continuità per contrastare l’egoismo che è l’anticamera di ogni prevalenza del particolare che da la sensazione di liberarsi dai lacci ma che ci fa sprofondare nell’indistinto e nell’irrilevante!

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