La parola della settimana

Aventino
di Roberto Mostarda

Con il massimo rispetto, non formale, per i diritti e le libertà sancite nella Costituzione, va detto che la narrazione che da troppo tempo si è diffusa tra alcune forze politiche sulla situazione istituzionale del Paese è fuori quadro, rischiosa e degna di miglior causa.

La decisione di alcuni partiti di non prendere parte alla votazione per il nuovo esecutivo Gentiloni lasciando l’aula vorrebbe idealmente collegarsi a quella che viene definita la “secessione dell’Aventino”, dal nome del colle Aventino su cui – secondo la storia romana – si ritiravano i plebei nei periodi di acuto conflitto con i patrizi, e quindi a quell’atto di dura e irrevocabile protesta attuato da alcuni deputati d’opposizione contro il governo fascista di Mussolini in seguito alla scomparsa di Giacomo Matteotti il 10 giugno 1924. L'iniziativa consisteva nell’astensione dai lavori parlamentari e in riunioni separate e fuori dalle aule parlamentari. La promulgazione delle leggi eccezionali da parte del futuro duce provocò la decadenza dei parlamentari dell’opposizione e l’affermarsi del regime, allora probabilmente ancora resistibile, con le conseguenze storiche che conosciamo.

La parola scelta è dunque “Aventino”. Nome proprio, di un luogo, ma divenuto nel tempo sinonimo di atteggiamenti e comportamenti politici e sociali ben definibili che, pur se sostenuti da coraggiose prese di distanza, sovente hanno come risultato quello di lasciare per così dire “sguarniti” i capisaldi del sistema democratico, cioè l’esercizio delle funzioni parlamentari e di rappresentanza della volontà popolare.

Lasciamo l’excursus appena accennato a chi di storia e analisi storica si occupa e torniamo all’assunto iniziale.

Abbiamo sottolineato come una certa narrazione da parte di alcune forze politiche di opposizione (Cinque Stelle, Lega Nord, Fratelli d’Italia) stia facendo intendere, anche dopo il referendum che ha visto prevalere il No alle riforme costituzionali, che nel nostro paese sia a rischio la democrazia e le sue forme e sostanze. Un assunto che trova anche commentatori e politologi d’accordo nell’analisi, non tanto negli sbocchi.

Ora, che il Parlamento attuale sia frutto di una stortura provocata dalla legge elettorale cosiddetta Porcellum, con i correttivi apportati dall’intervento della Corte Costituzionale e resi necessari da alcune incongruenze; che i risultati elettorali non abbiano dato una chiara maggioranza ad alcuno schieramento; che di questi parlamentari l’allora capo dello Stato Napolitano abbia delineato la “irresponsabilità” all’atto dell’inizio del suo secondo mandato, incitandoli alle riforme; che questi parlamentari abbiano bellamente ignorato tale mandato e ci abbiano portato nella attuale situazione, sono fatti incontestabili!

Che però l’agire del governo Renzi e ora di quello Gentiloni siano espressione di una sospensione della democrazia e dei suoi diritti appare francamente assurdo e non coerente con quella stessa Costituzione che tanto si è voluto difendere. Oltre ad essere un assunto a grave rischio per la stabilità istituzionale.

Non va dimenticato infatti come la carta fondamentale e l’impianto ribadito dal referendum non prevedano l’elezione diretta del premier e indichino la strada della scelta da parte del capo dello Stato sulla base delle indicazioni delle forze politiche e constatata l’esistenza di una maggioranza in grado di governare.

Dunque, di che cosa parliamo? È evidente che dalla caduta dell’esecutivo Berlusconi nel 2011 ad oggi vi siano stati una serie di presidenti del Consiglio non eletti direttamente, ma questo la Costituzione lo prevede. Il tentativo di far valere questa indicazione pur non sostenuta da norme fondamentali è stata per anni al centro dell’opposizione durissima nei confronti dell’ex-Cavaliere, anche allora accusato di voler dare una deriva presidenziale e autoritaria al Paese.

Singolare che quanti hanno passato il tempo a combattere Berlusconi con tutti i mezzi, dimenticando spesso che l’Italia era sempre là con i suoi problemi e le sue criticità, richiamino adesso l’“esigenza” di un mandato popolare per i premier che “rispetti” la volontà popolare! Assunto come abbiamo detto che non trova appoggio nella carta fondamentale che espressamente descrive una situazione totalmente diversa. Dunque, rispettando la Costituzione, quanto accade è nel suo alveo, e i corifei di essa dovrebbero mettersi l’anima in pace e darsi da fare per partorire una legge elettorale che consenta senza ombra di dubbio di far uscire dalle urne una chiara indicazione di chi deve governare.

Scegliere spettacolarmente di restare fuori dall’aula in cui la volontà popolare li ha fatti entrare appare dunque un evidente atto di protesta, ma sterile e pericoloso per quelle stesse istituzioni che si vorrebbero difendere. E, soprattutto, sembra precostituire un atteggiamento non responsabile nei confronti di quella legge elettorale che sembra essere il punto di svolta comunque di questo governo e capace di riavviare lo stesso percorso delle riforme da tutti sottolineate come ineludibili, salvo indicarne poi chiaramente le caratteristiche e il disegno. Il referendum ha detto no ad una riforma, non alla necessità di arrivare ad essa!

L’Aventino, come la prova referendaria, è una cosa seria e sarebbe opportuno che tutti se ne rendessero conto. Così come il rispetto di forma e sostanza della Costituzione. Sì, proprio di quella che si vuole difendere sempre e comunque, anche contro di essa.

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