Forse i Cinque Stelle non sono davvero i diversi della politica

Discontinuità
di Roberto Mostarda

La legge è uguale per tutti: questo il motto che appare alle spalle dei giudici nei tribunali e che costituisce il senso più vero dell’amministrazione della giustizia. Sappiamo, dalla storia e dalla cronaca, che spesso è più un ottimo obiettivo da raggiungere che una vera realizzazione. Ma resta sempre un faro, un motivo per combattere per la giustizia e per l’affermazione del diritto nei rapporti sociali, economici, umani.
Molti, nel panorama politico nazionale, a livello dello stato e degli enti locali, sembrano a volte dimenticare questo principio in nome di una visione propria della giustizia o di quello che giudici e tribunali dovrebbero fare. E questo in nome di una diversità – o potremmo dire una discontinuità – con gli altri, cioè gli avversari politici, i contendenti e via dicendo.
La parola che abbiamo scelto, dunque, è proprio «discontinuità». Ossia, come si legge nel dizionario, la mancanza di continuità, l’interruzione nel tempo o nello spazio. Una cesura che può riguardare l’agire, la tradizione, l’uniformità di un territorio. O ancora, in senso più figurato, con discontinuità si intende una cosa che non sia continua, coerente, unitaria nelle sue manifestazioni o qualità. In fisica indica la variazione brusca, nello spazio o nel tempo, di una grandezza fisica; ogni punto dello spazio in cui si verifichi una discontinuità di una determinata grandezza. In meteorologia, si vuole delineare la presenza di due masse contigue di aria a caratteri differenti, affiancate o sovrapposte, separate da una superficie detta appunto superficie di discontinuità. Così ancora, in geofisica si parla di superfici di discontinuità sismica, quelle che separano gli involucri concentrici di diversa composizione chimico-mineralogica e di diverso stato fisico che costituiscono il globo terrestre. Insomma, come sempre, sono molteplici i possibili significati e i settori nei quali il valore indicato dalla parola ha il suo pieno affermarsi.
Il richiamo iniziale alla giustizia rientra in questo ampio calderone, laddove atti, comportamenti, programmi e realizzazioni devono indicare la differenza con l’altro, con il passato, con l’avversario e così via. Stupisce allora trovarsi di fronte allo spettacolo che in questi giorni stanno dando gli ultimi arrivati della politica, i Cinque Stelle, considerati i possibili vincitori di ogni elezione, i cavalieri delle virtù civiche, gli unici, i diversi ontologicamente della politica degenerata del paese.
Parliamo delle diverse, anche geograficamente, vicende che vedono implicati esponenti del Movimento a livello locale e parlamentare in vicende legate alla regolarità delle firme presentate per le candidature elettorali, momento cruciale per la partecipazione alle consultazioni. Potremmo dire cioè il primo, basilare livello dove la coerenza e il rispetto dell’idea della pulizia e della correttezza dovrebbero trovare espressione massima a garanzia proprio di chi andrà a votare e sceglierà.
Ebbene, l’azione della magistratura sta scoperchiando una serie di atti che difficilmente possono essere frutto di mele marce o di comportamenti isolati, ma rappresentano un campanello d’allarme per chi della discontinuità e della diversità ha fatto il proprio mantra, e continua nelle piazze a martellarne l’appartenenza solo al movimento pentastellato, a fronte della nequizia e della morta gora degli altri, i rappresentanti della politica altra da loro.
Di fronte a questo pesante atto d’accusa, che incrina comunque la presunta, supposta e autoconferita discontinuità, non potendo parlare di teoremi giustizialisti nei loro confronti, dopo aver agito per anni da corifei e da plaudenti e acritici sostenitori della magistratura in lotta contro il malcostume e il malaffare, che cosa fanno il guru e i suoi seguaci? Sparano a zero contro il malcostume degli altri, parlano e concionano di tutte le possibili nefandezze del nemico come le cose più gravi delle quali i cittadini si debbono occupare, sottolineando poi che “naturalmente” chi ha sbagliato verrà mandato via o invitato via web a farsi da parte.
Solo che la storia di questi anni mostra chiaramente che questa “giustizia interna” è episodica, discontinua e soprattutto gestita da quella rete che nessuno conosce ma che avrebbe i caratteri della assoluta “verità”. Di quale verità si tratti lo sanno tutti coloro che, eletti nelle liste del Movimento, si sono in questi anni allontanati – la discesa dei parlamentari del gruppo alla Camera e al Senato e negli enti locali ne è dimostrazione inequivocabile – perché, alle prese con la realtà dell’amministrare e del decidere per la collettività, si sono arrogati il diritto di scegliere a volte in difformità al guru e alla “sorgente” dei mantra del movimento, ma in linea con il sentire normale e democratico dei cittadini che li avevano eletti.
Pensare poi alle disavventure – per così dire, perché errare è umano ma perseverare non lo è certo – della prima cittadina della capitale e al suo continuo incappare con persone che hanno problemi con la giustizia e che difende a spada tratta come scelte secondo le linee del movimento, genera qualche perplessità e anche piuttosto forte.
La pretesa di esser più uguali degli altri, più onesti degli altri, più capaci degli altri, gli unici a detenere il sapere di come si debba governare o amministrare, mostra ormai la corda e in modo sempre più chiaro.
Dai dirigenti, dunque, ci si aspetterebbe un bagno di umiltà, un deciso riconoscimento che gli errori, le cadute, fanno parte dell’agire umano e che i “vaffa” se solleticano l’animo non servono poi per decidere in direzione del bene comune, una presa d’atto che – ahimè – non c’è nessuna diversità o discontinuità che tenga. Tanto meno quella che come un adesivo di riconoscimento ci si appiccica da soli sulla giacca, pensando che questo basti a fare la differenza. Lungo è il cammino ancora da percorrere e complesso l’insieme degli atti che devono essere posti in essere per “codificare” in modo efficace quel diverso modo di intendere la politica o la sua negazione. Altrimenti tutto appare nella sua vera e inconfutabile realtà, e non è certo un bello spettacolo.

Stampa

Italian Media s.r.l. - via del Babuino 107, Roma, c.a.p. 00187, p.IVA 09099241003, edita il settimanale Italiani con registrazione al Tribunale di Roma n. 158/2013 del 25.06.2013 - email: info@italianmedia.eu

NOTA! Questo sito utilizza i cookie e tecnologie simili.
Questo sito usa i cookie per migliorare la tua esperienza d'uso e usa cookie di terze parti. Proseguendo nella navigazione si presta implicitamente il consenso all’utilizzo di questi strumenti. Si rimanda alla nostra privacy policy per maggiori informazioni e per la possibilità di negare il consenso.