Killer
di Roberto Mostarda

Se non fosse l’ultima trovata elettoralistica del sedicente guru dei Cinquestelle, non vi sarebbe quasi bisogno di occuparsi di questo termine che per i più vuol dire esattamente quello che tutti pensiamo e sappiamo, cioè a dire il sostantivo inglese ‹kìlë› derivato dal verbo (to) kill, ossia uccidere, ammazzare. Tanta è la consuetudine che anche nella lingua italiana, viene usato soprattutto al maschile.
In breve, indica il sicario, persona che assassina su commissione, per conto cioè di un mandante; più genericamente bandito, fuorilegge che non esita a fare uso delle armi. Nel linguaggio giornalistico, anche con funzione appositiva, chi o che provoca la morte, assassino. Troviamo la parola impiegata con usi estensivi e figurativi e spesso con funzione appositiva: ad esempio denominazione di imbarcazioni (killer boat o killer ship) che accompagnano le navi baleniere con il compito di inseguire e catturare le balene; nella marina militare statunitense, qualifica di unità destinate alla caccia di altre: per esempio il submarine killer, un tipo di cacciasommergibili armati con siluri o missili per la caccia di altri battelli subacquei (nella marina italiana e in quelle occidentali in genere, il termine è riferito anche a sommergibili convenzionali).
Notevole l’uso nel linguaggio medico, dove si parla di linfociti killer (o anche cellule killer, dall’ingl. killer cells), particolare popolazione di linfociti in grado di fissarsi a cellule patologiche (per es. tumorali) provocandone la morte.
Nel linguaggio giornalistico, sovente lo si avvicina all’aggettivo serial ossia “assassino seriale» cioè persona che, per effetto di una grave forma di psicopatia, compie omicidî in serie, per lo più scegliendo determinati tipi di vittime per lo più accomunate dall’età, dal sesso, dalla professione e simili (bambini, donne, prostitute, e via dicendo), eseguendo i delitti in modo caratteristico e talvolta spettacolare, o compiendo macabri rituali sui corpi delle vittime.
Al di là del dilagante e prevalenteuso di termini anglosassoni, giova ricordare la parola italiana, peraltro di origine mediorientale, con la quale si indica la stessa cosa, più o meno! Ci riferiamo ad assassino (anticamente, osserva il dizionario, anche assessino). Si tratta di un termine di derivazione dall’arabo ashīshiyya, probabilmente diffusosi nella forma non documentata ashīshiyyīn, ossia «uomini dediti al ḥashīsh»). Con questa parola nella denominazione occidentale si indica (meglio si indicava, poi l’uso è rimasto) una setta musulmana estremista e terrorista, con cui vennero a contatto i crociati in Siria nei sec. 12° e 13°.
Anche in questo caso si indica con il termine chi assassina, chi si è reso colpevole di un assassinio. Nella lingua antica (e qui ci avviciniamo alla parola anglosassone) indicò specificamente chi uccide per denaro o per ordine d’altri, quindi sicario; con questa accezione anche in Dante: Io stava come ’l frate che confessa Lo perfido assessin. Ancora si intende con questo termine chi danneggia persone o cose, per malvagità o per inettitudine; anche titolo ingiurioso, equivalente a malvagio, scellerato.
Che cosa c’entri questa parola così densa di significato e riconoscibile per tutti, con la campagna elettorale per il no al referendum è cosa che francamente, al di là di possibili iperbole o di possibili eccessi verbali, sfugge ad ogni mente equilibrata!
Abbiamo sentito di tutto, soprattutto da chi si oppone alla riforma costituzionale al voto il 4 dicembre. Si è parlato di norme liberticide, contro la libertà, a favore della dittatura, di tradimento della Costituzione e via blaterando senza neppure occuparsi del testo in quanto tale ma lasciando intendere di conoscerlo ad usum dei cittadini distratti, ma l’impiego di riferimenti a fattispecie del codice penale sembra veramente il punto di arrivo di una frenesia paranoica, il sintomo di una carenza totale di argomenti altri, più specifici e più coerenti con l’oggetto.
Se proprio volessimo indicare un killer o un assassino della nostra democrazia, ebbene – senza scendere nell’essere d’accordo o contrari – questo potrebbe essere indicato proprio nel leader dei cinquestelle, il cui eloquio ai tempi del vaffa era certamente mandiamoli a casa ma senza andare per il sottile. E, soprattutto, le linee guida (parola peraltro ambiziosa dinanzi a tanta miseria intellettuale e concreta) del movimento prevedono l’eliminazione del nemico, non la vittoria sull’avversario. Anzi prescindono dall’avversario, tanto che i dirigenti e gli amministratori grillini continuano la loro narrazione dell’Italia che a loro piacerebbe, considerando quel che c’è accanto a loro come qualcosa che la gloriosa rivoluzione pentastellata (nessuno sa di cosa si tratti e dove tenda al di là delle sbandierate onestà e correttezze che molti fatti mostrano alla corda) può e deve ignorare, insomma il racconto di un’altra Italia immaginaria in cui esistono soltanto loro perché sono gli unici, i soli, gli eletti che tutto hanno capito e tutto sanno!
Prima i cittadini si svegliano dal torpore e meglio sarà per tutti, compresi questi epigoni di impossibili palingenesi sociali e politiche! Il resto non brilla certo per specchiata e adamantina onestà, ma almeno sino ad ora non ha travalicato non il senso della decenza, ma quello del ridicolo!
Pardon, il leader una volta era un comico!

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