Supponenza
di Roberto Mostarda

Il termine di questa settimana fa parte, insieme a quello di arroganza - di cui ci siamo già occupati nel marzo scorso – di un vocabolario contingente che sembra non aver mai fine, legato all’incapacità di ognuno di superare o eguagliare o ancora equilibrare la caratteristica altrui!
Parliamo della supponenza, ossia il fatto diessere, o comunque ritenersi, supponente; altrimenti detto anche presunzione, altezzosità e arroganza. Comportamenti, atteggiamenti che hanno nella storia e nella cultura del nostro paese – ma non solo – esempi negativi ma clamorosi per i quali basta sfogliare con un po’ di pazienza pagine e pagine in cui si esaltano e si realizzano i sogni o gli incubi di supponenza in ogni dove e in ogni circostanza!
La parola, come si deduce viene dal verbo suppórre, di cui è sostantivo, che nell’accezione latina da cui deriva vuol dire letteralmente sub- ponĕre ossia porre o più precisamente «mettere sotto». Un significato che risale al tardolatino. Cercando di caprine qualcosa di più, anche se ad occhio il senso è chiaro e lampante, la parola e il suo verbo indicano anche la attitudine di ammettere per congettura, immaginare che una cosa sia o possa verificarsi in un determinato modo; fare una ipotesi che spieghi una realtà comunque osservata; anche nel linguaggio matematico e scientifico vuol dire ammettere come ipotesi per trarne conseguenze. Forte anche il significato di presumere nel senso di immaginare, ritenere plausibile una conseguenza ad un determinato agire. Ancora porre una persona al posto di un’altra, scambiare.
Come si vede una vasta congerie di valori e di esemplificazioni tutte possibili e tutte egualmente accettabili. Un termine dunque che compendia molto dell’umano agire e del rapporto di un individuo nei confronti di un altro o degli altri.
Dal dizionario che ci conforta sempre con riferimenti comprensibili e chiari, ci caliamo come d’abitudine nella realtà del nostro paese e soprattutto in quella visuale più propriamente politica e sociale sulla quale poniamo spesso l’attenzione. In questo ambito è facile la prima deduzione logica. Cioè che per fare politica e cercare di far accettare (o imporre) una propria visione, occorre supporre che sia quella giusta o per lo meno la più condivisibile. A meno che non si voglia invece imporre come dicevamo e allora la supponenza diviene elemento negativo!
Il livello al quale siamo in questa fase storica del paese è che nessuna supponenza di parte è in grado di spiegare e dare agli italiani alcuna certezza né politica, né economica, né sociale. Eppure si passa di supponenza in supponenza!
C’è chi suppone che per realizzare il proprio programma non deve contagiarsi con nessun altro e dunque agisce in splendido isolamento con il rischio immanente di essere isolati poi al traguardo e senza costrutto. Cercando di salvare l’originaria “purezza” dell’idea ma a scapito dell’interesse generale dell’intero popolo!
C’è chi suppone invece che l’idea sia sempre la stessa di settanta anni fa e che pur con tutti i cambiamenti che definire epocali è pura constatazione, in alcuni casi sembrano passate ere geologiche, si ostina senza più intelligenza degli avvenimenti a continuare a “supporre” che il proprio sia l’unico modo di agire e che debba per necessità essere imposto anche a costo di essere minoranza (l’eterna coazione di una certa sinistra). Di qui la difesa della ditta, l’incapacità di avvertire ciò che sta realmente cambiando e la incapacità di vedere l’avversario interno ed esterno come tale e non come un nemico da abbattere in nome della sempiterna e mai compiuta rivoluzione vagheggiata agli esordi e naufragata nella storia contingente, l’unica che dovrebbe darci lumi per procedere ma che invece sembra fatta apposta nella interpretazione di costoro per scambiare lucciole per lanterne.
C’è chi ancora, avendo supposto che vent’anni fa, irrompendo nell’agone politico esausto della prima repubblica delle ideologie, fosse possibile cambiare in senso liberale la storia e il cammino del paese, oggi continua a supporre che sia l’unica strada senza rendersi conto di cosa sia accaduto e soprattutto – ed è la parte più incomprensibile – di cosa sia stato immesso nel corpus del paese per evitare che quella concezione si affermasse. Quella via giudiziaria all’affermazione di una politica o di un’altra che sta ancora contaminandoci e avvelenando la nostra vita, in attesa che la magistratura per prima possa rendersi conto della necessità di lasciare alla politica, la politica!
Insomma, sentire ogni giorno il supponente che si oppone al supponente in nome della “vera” supponenza - la sua – sta facendo cadere nel ridicolo la nostra realtà sociale e politica. Delitto che ogni supponente dovrebbe evitare, piegando con realismo la propria ottusa cocciutaggine all’interpretazione della realtà, del sentire comune, di quello che la gente pensa e soprattutto vorrebbe dalla classe politica. L’alternativa è quel dirigismo, quell’autoritarismo di cui alcuni accusano gli altri, ma che forse in realtà sono i primi a vagheggiare come recondutio ad unum, semplificazione concettuale e pratica storica! Una deriva altamente pericolosa che ad essi per primi va chiarita e sonoramente!

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