Condominio
di Roberto Mostarda

Il termine scelto per questa settimana si collega concettualmente alla possibilità e capacità di condividere qualcosa, un luogo, una proprietà, l’uso di un bene, una comune appartenenza ad una comunità più o meno grande.
Più prosaicamente, si pensa ad uno dei luoghi di abitazione in comune tra più soggetti, teatro sovente di storiche contese e di drammatiche lotte senza quartiere.
Condivisione e incapacità di condividere sono allora i termini del problema.
Partiamo dalla parola condominio, che deriva dalla quasi eguale condominium, che già nell’analisi indica il suo significato (è infatti composta da con e dominium, ossia “dominare insieme” qualcosa. Superati gli eccessi del passato dove spesso le contese si concludevano nel sangue (pratica che sembra tragicamente trovare nuovi adepti ai nostri giorni) vediamo in sintesi cosa si intende.
Se parliamo di diritto di proprietà comune a più persone si parla anche di comproprietà. In particolare negli edifici si intende per condominio l’istituto giuridico per cui più soggetti, accanto alla proprietà spettante singolarmente a ciascuno sul proprio piano o sulla propria porzione di piano, hanno la comproprietà su alcune parti comuni dell’edificio, quali il suolo, le fondamenta, i muri maestri, i tetti, le scale, i cortili, i locali per la portineria. Ecco allora che si sente parlare di palazzo in condominio, di regolamento di condominio, di spese di condominio inerenti alla conservazione, manutenzione e uso delle parti comuni della proprietà.
La parola può anche indicare in concreto l’edificio stesso oggetto di condominio e talvolta anche l’insieme di diversi condòmini, ossia i titolari in comune di questi diritti sui beni comuni.
Il valore oggettivo del termine ne permette anche l’impiego in ambiti lontani da quello del quale abbiamo parlato. Per analogia, si parla ad esempio di condominio internazionale, intendendo una situazione eccezionale nella quale si trova un territorio sottoposto alla sovranità di due o più stati, ciascuno dei quali deve ammettere che l’altro, o gli altri, concorrano nell’esercizio della sovranità stessa. Numerosi sino alla fine dell’epoca coloniale i casi di condomini, si pensi a quello anglo-egiziano sul Sudan.
Appare dunque abbastanza evidente che trattandosi di condivisione di qualcosa in comune occorre che siano chiare le condizioni di partenza, i diritti e i doveri, le regole che governeranno la condivisione onde evitare l’esplosione di conflitti e difficoltà di ogni genere in materia.
La storia giuridica dei condomìni, intesi nel primo significato dei due sommariamente indicati è punteggiata da situazioni conflittuali che la giurisprudenza e la casistica giudiziaria hanno sovente commentato per lo scoppio e la permanenza di conflitti tra gli appartenenti al condominio che durano per decenni e investono anche gli eredi dei primi proprietari-condomini, gli affittuari e quanti si trovano in contatto con le problematiche di queste composite realtà. E’ opinione comune nella giurisprudenza che il cosiddetto litisconsorzio in ambito condominiale abbia raggiunto vette di inusitata violenza nel corso della storia e negli annali se ne raccontano di inaudite!
Sull’altro fronte, quello internazionale, la storia dei conflitti e dei dissidi, delle crisi endemiche sta a dimostrare come spesso la scelta di condividere responsabilità ed impegni non alberghi tra politici, governanti, militari e via dicendo.
Proviamo ora ad immaginare il nostro paese come un condominio. Tutti siamo titolari di diritti e allo stesso tempo destinatari di doveri che sono poi quelli di contribuire alla manutenzione della casa comune, allo sviluppo e al benessere di tutti. Dunque chiamati a scelte da condividere nella direzione di un comune fine di stabilità e di equilibrio per tutti i condòmini!
Uno sguardo anche lieve alla situazione del paese, da nord a sud ci racconta che la litigiosità ha raggiunto livelli inauditi, il chiasso e il clamore sono tanti che nessuno riesce più ad ascoltare quello che dice l’altro ma cerca solo di zittirlo, si critica ogni proposta e ogni possibilità di intervento proponendone altre spesso irrealizzabili e spesso l’unico intento è quello di non decidere per “sistemare” poi le cose da soli anche contro la comunità alla quale si appartiene. Il nodo è proprio nella volontà di stare insieme e di condividere la casa comune. Altrimenti non resta che andarsene in un’altra sistemazione, condominiale o meno, nel caso di un edificio. Più complesso il discorso se si verte su una questione di paese, di nazione.
Ora, nel nostro paese, più che in passato, si assiste ad una disomogeneità geografica ma soprattutto sociale. Le divisioni passano per ambiti geografici, nord sud est od ovest, ma anche generazionali come anziani e giovani, e c’è anche chi vagheggia improbabili adesioni ad altri condomìni sulla cui ospitalità peraltro nessuno si è mai posto il problema di conoscere l’opinione dei destinatari.
In realtà, come nel caso del regolamento di un condominio abitativo che tutti debbono accettare e rispettare, così in un ambito di paese, di nazione, occorre ribadire con forza le regole che ci tengono insieme, scelte oltre un secolo e mezzo fa e ribadite nel secondo dopoguerra quando la parola dopo le armi, e per la prima volta a suffragio universale, è stata data al popolo (e ai popoli nella nuova Europa postbellica). Regole che hanno permesso la crescita delle nazioni e il benessere dei popoli, dopo atroci sofferenze ed immani devastazioni. Oggi non abbiamo né le une né le altre, ma difficoltà che al cospetto di quelle dovrebbero farci comprendere quanto l’egoismo insensato stia provando a distruggere senza alcuna garanzia di ricostruire, una realtà che può essere invece recuperata, riallineata, “ricostruita” insieme e dall’interno, ricucendo le divisioni in nome della comune appartenenza!

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