Discontinuità
di Roberto Mostarda

L’epoca nella quale viviamo, al di là di atteggiamenti esaltati o depressi, non si può certamente che definire un’epoca di grandi cambiamenti, di distacco da logiche del passato, di mutamenti nei costumi, nei modi di comunicare (forse la più grande rivoluzione che si mai avvenuta nei rapporti sociali dell’umanità da diversi secoli). Tutto a posto, dunque, viviamo secondo il nuovo, seguendo la corrente del cambiamento ineluttabile? Come sovente accade nelle cose umane, non è del tutto così e soprattutto nel mondo non è certo così.
La nostra terra, la navicella che ci accompagna e ci ospita nel cosmo, ha in sé civiltà avanzate, quasi pronte al distacco dal pianeta, all’esplorazione dello spazio ed altre legate a forme sociali ancora primitive. In mezzo una grande congerie fatta di molte voci, di molti modi di essere, di molte culture, di molte visioni.
In questo calderone ribollente (anche per le gravi crisi che attraversano ancora la vita umana) si sente spesso parlare, argomentare di un termine, di un cincetto meglio sarebbe dire, che dovrebbe descrivere la situazione e il tentativo di superare le contraddizioni e i problemi o almeno provare a risolverli. Questa parola è discontinuità. C’è bisogno di discontinuità, si sente il bisogno di..., occorre discontinuità in politica, in economia, nelle procedure, rispetto al passato. Sembra quasi che la discontinuità sia il mantra necessario ad andare avanti, a superare, a cambiare, ad evolvere.
A questo punto è bene ricordare l’antica massima “natura non facit saltus”. Pur con tutte le variabili filosofiche, logiche, matematiche e fisiche, un’affermazione che indica come il cammino dell’umanità e della natura in cui è immerso, conoscono certamente mutamenti anche incisivi, evoluzioni in apparenza improvvise, ma non compiono veri e propri salti. In sostanza, non si ravvisano discontinuità ragguardevoli e si assiste ad una sorta di flusso continuo e in continuo mutamento. Dai microscopici mattoni dell’universo sino alla sua espressione più compiuta e al tempo stesso spettacolare. Così si dice anche che non esistono vuoti in natura, ma soltanto modi differenti di porsi della materia e persino nel cosmo esiste accanto alla materia che conosciamo e della quale siamo parte, anche l’antimateria, il simmetrico altro a noi mai conosciuto e sinora chiaramente conoscibile. Come a dire che la discontinuità esiste sì ma soltanto in quanto contrario della continuità e non dunque per propria virtù.
Non è il caso e non abbiamo le competenze per addentrarci ulteriormente in un ragionamento che è l’essenza stessa della conoscenza. Restando dunque con i piedi per terra, come si addice a noi bipedi senza ali, proviamo come sempre a capire qualcosa di più. La discontinuità, ovviamente ma non in senso logico, si definisce come mancanza di continuità, interruzione nel tempo o nello spazio. Anche in senso figurato si parla di cosa che non sia continua, coerente, unitaria nelle sue manifestazioni o qualità.
In fisica, indica una variazione brusca, nello spazio o nel tempo, di una grandezza fisica; il punto di discontinuità è ogni punto dello spazio in cui si verifichi una discontinuità di una determinata grandezza. Con accezioni particolari, in meteorologia, si delinea la presenza di due masse contigue di aria a caratteri differenti, affiancate o sovrapposte, separate da una superficie detta appunto superficie di discontinuità. Restando nel mondo materiale in geofisica si parla di superfici di discontinuità sismica cioè quelle che separano gli involucri concentrici, di diversa composizione chimico-mineralogica e di diverso stato fisico, che costituiscono il globo terrestre; si dicono di primo e di secondo ordine, a seconda che ad esse corrisponda un cambiamento repentino o graduale di velocità delle onde sismiche. E via dicendo. 
Dal nostro settimanale angolo visuale sulle cose italiane, i giorni che stiamo vivendo, vedono al centro dell’attenzione politica la vicenda di Roma e la situazione di grave instabilità creatasi nella giunta comunale. In questo ambito, l’arrivo dei cinquestelle, con il loro bagaglio di protesta e di voglia di cambiare radicalmente (ricordiamo i vaffa) sembrava destinato ad illuminare la vita cittadina di un nuovo modo di governare e prima ancora di affrontare i temi cruciali per la città. In sostanza si annunciava ed era nelle corde di chi li ha votati anche non essendo seguace del guru, che ci sarebbe stata discontinuità con il passato, una cesura chiara su metodi, comportamenti, scelte.
I fatti accaduti mostrano che, al contrario, nulla di tutto questo è avvenuto, malgrado le parole d’ordine, gli altolà del direttorio, la tutela esercitata dai dirigenti del movimento sulla prima cittadina. Nessuna discontinuità insomma, nomine contestabili e contestate, imposte come necessarie al cambiamento e invece manifestatesi legate al più vecchio sistema di potere reale della città, quello che macina chiunque arrivi nello scranno più alto dell’aula di Giulio Cesare. Piccole decisioni di facciata e un’immobilità sostanziale sui temi più gravi. La sensazione di paralisi è nei fatti ed è più che una sensazione, soprattutto perché ora l’amministrazione della capitale sembra essere sostanzialmente sotto tutela della dirigenza nazionale pentastellata. Quanto di più lontano dal mantra dei cittadini che governano la loro città, della democrazia diretta tanto sbandierata da Grillo. Per la città un’ennesima sconfitta, anche se qualche segno di vita dovesse arrivare. Per i cinquestelle una pesante battuta d’arresto e soprattutto l’infrangersi di un mito a lungo vagheggiato: la diversità, appunto e la discontinuità! E non si venga a parlare di inesperienza! Intanto la sindaca se la prende immancabilmente, come già fece il suo guru, con i giornalisti: comodo capro espiatorio della politica, quando le cose non vanno bene e le critiche fioccano!

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