Istigazione
di Roberto Mostarda

E’ una parola in qualche modo sempre presente e desueta. Una parola che indica una situazione, uno status dal quale si rifugge sempre in nome dei sacrosanti diritti di libertà, ma nella quale si torna a sempre quando abbiamo dinanzi fenomeni sociali come quello dei militanti dello stato islamico e il modo nel quale vengono spinti ad agire.
L’istigazione, dunque, che cos’è. Nel dizionario indica l‘azione compiuta sulla psiche altrui al fine di far sorgere o rafforzare motivi di impulso, ovvero di affievolire motivi inibitori. La forma più conosciuta anche in giurisprudenza è l’istigazione a delinquere. Ossia il delitto previsto dall’art. 414 c.p., che si configura quando si istighi pubblicamente qualcuno a commettere uno o più reati. La forma semplice, cioè la spinta a commettere un reato, anche se accolta dal soggetto istigato, non è punibile quando il reato non viene commesso. Se invece il reato viene posto in essere, l’istigatore e l’istigato rispondono come concorrenti nel medesimo reato. Tale disciplina è espressione del più ampio principio per cui si viene puniti solo per aver realizzato comportamenti materiali e non mere manifestazioni di volontà, ancorché rivolte a terzi.
Tuttavia l’ordinamento sanziona, a titolo di eccezione, il solo fatto dell’istigare a delinquere, prevedendo la reclusione da 1 a 5 anni se si tratta di istigazione a commettere un delitto o uno o più delitti e una o più contravvenzioni, o la reclusione fino a 1 anno, ovvero la multa, se l’i. è rivolta a commettere contravvenzioni. Il bene giuridico tutelato dalla norma è l’ordine pubblico inteso quale tranquillità e sicurezza della collettività.
Un caso da manuale è quello che si realizza quando si parla del delitto commesso da chiunque pubblicamente istighi all’uso illecito di sostanze stupefacenti o psicotrope, ovvero svolga, anche in privato, attività di proselitismo per tale uso delle predette sostanze, ovvero induca una persona all’uso medesimo. Sia in questa accezione che in generale, le pene vengono aggravate dal fatto di svolgere simile azione nei confronti di minori, persone cioè che per legge non sono ancora nello stato di maturità ed indipendenza di giudizio che viene riconosciuta agli adulti. Ancora più grave l’atto quando viene commesso da persone che hanno verso i minori ruoli di cura, di educazione, di istruzione, di vigilanza o di custodia.
Sin qui la spiegazione che si trae dal dizionario e dalla giurisprudenza, cioè il valore letterale e la situazione in cui interviene il sistema giudiziario.
Non vi è dubbio, però che l’induzione a fare qualcosa, a compiere qualcosa contando sull’acquiescenza del soggetto destinatario, sull’effetto emulativo, sia qualcosa alla quale assistiamo ogni giorno. Anche in modi che appaiono non pericolosi, si pensi i cori da stadio nei quali le tifoserie si invitano reciprocamente a “farsi del male”, oppure all’azione “propagandistica” di alcuni esponenti politici che per fare audience e sperare di avere proseliti, toccano sovente i punti più bassi dell’animo umano e vellicano la pancia del pubblico.
Se nel primo caso esistono tomi di analisi più o meno serie e concludenti, essendo il tifo da stadio argomento pressoché innervato nella quotidianità, non sempre in modo positivo peraltro, è nel secondo ambito che incontriamo gli elementi più negativi.
L’obiezione immediata è che si verte su temi politici, di consenso, quindi iperbole, eccessi verbali o altro fanno parte del libero modo di esprimersi, della libertà del politico anche nel confronto duro con l’avversario. Dunque nessun problema, si tratta di retorica fine a se stessa?
Affermare di sì significa fare come le tre scimmiette o come il famoso struzzo che per sfuggire ai pericoli mette la tesata sotto la sabbia lasciando il corpo alla mercé del predatore.
Ecco perché, due sgradevoli e pericolosi episodi che hanno visto protagonisti esponenti leghisti, non possono non far riflettere. Cori da stadio, urla, sberleffi, offese gratuite o meno, provocazioni, fanno parte della deteriore forma di politica che sembra connotare questi anni (mille miglia lontana dalle pur vernacolari forme storiche assunte anche nel dopoguerra dallo scontro politico), quel che non si può accettare e che non si può passare sotto silenzio, è però il ludibrio della terza carica dello stato che in quanto donna è stata paragonata ad una bambola gonfiabile con invito a usufruirne, sul palco di un comizio nel quale a far da anfitrione è stato lo stesso gran capo Salvini. Si dirà cattivo gusto, battutaccia da osteria o da balera, non ti curar di loro e via dicendo!
Purtroppo che di questo non si sia trattato è venuta conferma due giorni dopo quando una esponente leghista (il cui nome è sperabile torni presto nell’oblio), ha attaccato nuovamente la presidente della Camera invitando ad “eliminarla fisicamente”! Iperbole, certamente, eccesso verbale può darsi, qualche goccio di troppo o una sniffata? Tuttavia quando in un paese ancora definibile democratico, una carica istituzionale viene indicata come obiettivo di eliminazione fisica, qualcosa non funziona! E sarebbe opportuno ricordare le norme del codice penale che riguardano l’attentato all’incolumità delle più alte istituzioni del paese!
Che il leader leghista se ne sia accorto oppure no, o abbia preferito la verve alla decenza, una cosa è certa, il suo era uno sberleffo ignobile, quello della sua collega è: istigazione al reato!
E, soprattutto, in entrambi i casi un bruttissimo spettacolo e una pessima pagina per il nostro paese sulla strada dell’abbrutimento! Anche perché poche voci si sono levate a criticare questa deriva! Va sempre ricordato che è vero che i ragli d’asino (povero quadrupede incolpevole) non arrivano in cielo, ma come dimostra il proselitismo islamico, qualche mente distorta è sempre all’ascolto!

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