Droga
di Roberto Mostarda

Il termine che abbiamo scelto, non deriva eccezionalmente da una radice latina o greca come la maggior parte delle parole che andiamo esaminando e che rappresentano la quasi totalità della lingua italiana, pur ormai molto interessata da continue evoluzioni. Droga, invece potrebbe derivare direttamente dall’olandese droog che indica il concetto di «secco o di cosa secca». In generale delinea il nome di varie sostanze vegetali secche, aromatiche (meglio dette spezie), usate per dare maggior sapore alle bevande o ai cibi: pensiamo a cannella, noce moscata, pepe, vaniglia, garofano, prodotti che, per la loro provenienza, erano conosciuti in passato anche come coloniali.
In farmacologia, per droga si intende ogni prodotto naturale, vegetale o animale, contenente uno o più principî attivi (alcaloidi, glicosidi, olî essenziali, sostanze amare, purgative, aromatiche, ecc.), e che, opportunamente preparato e conservato, trova indicazioni terapeutiche o sperimentali che sono oggetto di studio della farmacognosia.
Altro uso, nel linguaggio corrente, è quello con il quale si definisce qualsiasi sostanza capace di modificare temporaneamente lo stato di coscienza o comunque lo stato psichico dell’individuo (stupefacenti, allucinogeni, barbiturici, psicostimolanti); come anche, il nome di alcune sostanze atte ad aumentare le energie e il rendimento fisico, soprattutto nelle competizioni sportive. In questo caso di uso non conforme o comunque non lecito, si parla di doping). In questo ambito e con queste accezioni, il termine è più spesso usato con espressioni come fare uso di droga, commercio di droga o traffico, spaccio, detenzione, uso. Correntemente, cioè in termini di linguaggio comune si fa anche distinzione tra quelle considerate “leggere” e quelle invece “pesanti”, in questo caso distinzione fondata soprattutto sulla considerazione dei danni che le varie droghe possono produrre sull’organismo di chi ne fa uso, e sulla condizione di dipendenza che esse tendono a indurre.
Esiste anche un senso figurato, dove la parola è talvolta adoperata come sinonimo di eccitante, altre volte per indicare cosa, fatto o persona che eserciti forte attrattiva ma sia in sé dannosa, o, infine, per indicare cosa o situazione che stordisce, che distrae dalla realtà: pensiamo a droga del consumismo, al tifo sportivo come una droga per le masse.
La branca della farmacologia che si occupa dello studio delle droghe in genere o di quelle che possiamo considerare semplici, cioè di derivazione naturale e non di sintesi chimica, prende il nome di farmacognosia.
L’attenzione a questo settore nasce in questi giorni mentre il Parlamento si trova ad affrontare, accanto alla vasta congerie di provvedimenti, testi legislativi e via dicendo, il tema della legalizzazione a fini curativi e farmacologici della coltivazione della marijuana, in questo caso considerata come prodotto vegetale o come pianta naturale dalle varie proprietà terapeutiche.
Argomento che genera come sempre molteplici posizioni favorevoli o contrarie! Non abbiamo la competenza medica e scientifica per entrare in un dibattito siffatto e comprendiamo anche le possibili aspettative legate all’impiego medico di cui al testo di legge in esame. Ma come sempre accade nel nostro paese, il confronto politico e sociale degenera subito in sì e no contro un concetto, un elemento distinguibile ma non approfondito. E’ anche legittimo il sospetto che in un paese come il nostro, dove la vigilanza, l’attenzione dei pubblici poteri preposti non brillano certamente per rapidità e incisività di intervento, permettere la coltivazione legale possa aprire la strada a molte e non augurabili strumentalizzazioni.
C’è chi dice anche che legalizzare le droghe leggere aiuti a contenere la ricerca di quelle più pesanti e dunque vi sia un elemento positivo in una scelta che alcuni paesi anche in Europa hanno già fatto. E’ difficile però trovare convincenti argomenti quantitativi e qualitativi per dare consistenza e credibilità a questa tesi: non ci sono o sono scarsi e sembrano più pensati per gabbare chi in materia è ignorante o ha al contrario favorire chi ha solo lo scopo di trovare nell’uso di queste sostanze risposte alle proprie ansie esistenziali che non riesce ad affrontare con la propria intelligenza e fermezza di scelte e propositi.
Se non vi fosse accanto a questi problemi, la criminale gestione del traffico di droghe al solo scopo di diffonderle sempre più per ragioni esclusivamente economiche, l’argomento potrebbe essere relegato alla speculazione sociologico o filosofica. Così non è e dunque ci si trova dinanzi a questioni come quelle ora in Parlamento.
Con una purtroppo non positiva certezza: nel nostro paese la legalizzazione non avrà gli effetti positivi sperati, ma contribuirà a moltiplicare produttori fai da te che poi si trasformeranno in utilizzatori e spacciatori e via accrescendo il danno.
Il nodo della questione dovrebbe essere invece quello di rendere sempre più approfondito lo studio e la sperimentazione delle qualità terapeutiche della cannabis (che già esistono) ma solo al fine di rendere fruibile al pubblico l’utilizzo di preparati specifici, con posologie ed effetti specifici e studiati!
Altrimenti, e non è pensiero recondito in molti, troppi sicuramente, si apre la strada a quello che con termine un po’ vintage, si potrebbe indicare come “spinello libero”!  Uno sviluppo certamente non positivo e augurabile in un paese come il nostro dove spesso invece di affrontare i problemi, si fanno battaglie di principio che li dimenticano o nella migliore delle ipotesi li lasciano sullo sfondo ad aggravarsi! Il rischio in questo caso è altissimo!

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