Trionfi (e miserie)
di Roberto Mostarda

La parola indica un’istituzione prettamente dell’antica cultura romana, costituiva il più alto onore riconosciuto a un comandante che, in possesso dell’imperium maius, avesse riportato un’importante vittoria su un nemico. L’aspetto originario era religioso: il suo scopo consisteva nel recarsi al tempio di Giove Capitolino per sciogliere i voti fatti all’inizio della spedizione. Con il tempo, il prevalere dell’aspetto politico-militare rese il trionfo uno sfarzoso spettacolo propagandistico. Il corteo si formava fuori del pomerio, entrava in città attraverso la Porta Triumphalis, passava per il Circo Massimo e, presa la Via Sacra, ascendeva per il Clivo Capitolino giungendo al tempio di Giove. In testa al corteo erano i senatori e i magistrati, seguiti dagli animali sacrificali votati al dio, dall’apparato sacerdotale e dalle spoglie dei vinti: il bottino trainato su carri, i prigionieri di alto rango e infine la massa dei prigionieri più umili.
Le condizioni per ottenere il trionfo erano molto rigorose; la concessione era riservata a una deliberazione del Senato, su richiesta dell'interessato. Per ottenere un sì alto onore il richiedente doveva essere stato investito dell'imperium maius ed essere stato comandante effettivo in capo. Se i comandanti dell'esercito fossero stati due, rivestiti di pari grado, l'onore era devoluto soltanto a quello che nel giorno della battaglia decisiva avesse esercitato l'autorità suprema, con l'auspicium e l'imperium. Inoltre la vittoria doveva essere stata riportata in una guerra contro un popolo straniero, non in una guerra civile. Dovevano essere stati uccisi in una sola battaglia non meno di 5000 nemici e il successo doveva essere stato completo e decisivo. Le ingenti spese che la solenne cerimonia del trionfo comportava, venivano assunte dallo stato in seguito a votazione del Senato. Se il Senato rifiutava a un generale l’onore del trionfo, questi poteva celebrarlo al tempio di Giove Laziale sul Monte Albano.
Se il duce vittorioso fosse invece per caso già entrato nel recinto urbano di Roma, prima di chiedere e ottenere il trionfo, decadeva da ogni diritto in proposito. Per ottenerlo era indispensabile che egli attendesse, col suo esercito reduce dalla fortunata campagna di guerra, fuori del pomeriumdella città; doveva cioè conservare l’imperium che si deponeva appena chi ne fosse investito avesse varcato la soglia di una delle porte della cinta serviana.
Se il Senato aveva accordato il trionfo, nel giorno stabilito si celebrava l'imponente cerimonia di carattere sacro e militare. Il corteo si formava nel Campo Marzio ed entrava in città dalla Porta Triumphalis, traversava il Velabrume il Circus Maximus, percorreva la via Sacra e il Forum, ascendeva il clivus Capitolinus e si fermava dinnanzi al tempio di Giove Capitolino. In testa al corteo incedeva l'intero Senato; seguiva il corpo dei suonatori di corni e di trombe che precedeva una lunga serie di carri onusti delle spoglie del nemico e del bottino di guerra. Gli oggetti più notevoli per valore e pregio artistico erano portati, isolati o in gruppo, su apposite portantine. Subito dopo erano condotti gli animali sacri destinati ad essere sacrificati in onore della divinità suprema sul Campidoglio.
Nel Medioevo e nell'età moderna l'iconografia dei trionfi si trasformò in glorificazioni di personaggi celebri, di santi, di figure allegoriche e di personificazioni che si trovano già frequenti nella pittura del Trecento: vaste figurazioni collegate da un elaborato simbolismo, e per lo più sature di significato scolastico e mistico. Nel Quattrocento la rappresentazione prende l'aspetto caratteristico di ricordo del trionfo romano, che pure aveva ispirato il Petrarca. Anzi, i Trionfi del Petrarca, soggetto frequente d'illustrazione nei manoscritti, poi nelle stampe, favorirono la diffusione nella pittura dello schema di composizione, nel quale il carro del trionfatore è seguito e circondato da uno stuolo di figure.
Sono passati secoli, anzi millenni, da questi eventi e dal modo nel quale gli antichi celebravano le vittorie. Legate peraltro a guerre e scontri tra civiltà e popoli diversi!
La parola però torna ogni tanto ed è tornata anche in occasione del ballottaggio per le amministrative che ha visto una netta vittoria del Movimento Cinquestelle a Roma e a Torino ed altre rilevanti affermazioni. Così, giornali, commentatori e politici hanno parlato di trionfo del movimento, di vittoria storica e via dicendo. Duemila anni fa, il popolo ed i soldati intonavano i carmina trionfalia per il vincitore. Oggi, in sedicesimo assistiamo ad insoliti peana e ad incomprensibili esaltazioni se misurate con la portata dell’evento. Più moderazione avrebbe voluto termini come vittoria, netta prevalenza, persino il più vernacolare “cappotto”!
Perché è difficile parlare di trionfo quando la partecipazione al voto è stata di un cittadino su due, in discesa dal primo turno, e quando la percentuale dei vincitori se rapportata all’intero corpo elettorale sarebbe poco sopra il 30 per cento e non il sonoro sessanta basato sui voti espressi. E c’è di più, il voto esasperato di cittadini delusi non può far gioire sino al trionfo chi vince se rapportato alle miserie morali e materiali che segnano le nostre realtà cittadine. Il giusto decalogo della parola, dovrebbe essere umiltà, spirito di servizio, ascolto, rigore, moralità. Non espressioni come: ora non ci ferma nessuno, andiamo al governo o simili amenità!

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